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Drug Delivery, analizzarne l’andamento per comprendere le prospettive future

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Assicurare la continuità terapeutica, agevolare il paziente evitandogli costi legati agli spostamenti verso la farmacia, facilitare il lavoro delle farmacie e del SSN – sono solo alcuni dei vantaggi che uno strutturato servizio di consegna a domicilio della terapia può garantire. Ma cosa ci ha insegnato questa emergenza sanitaria? Quali sono gli aspetti della drug delivery da migliorare?

Durante i mesi di lockdown sono stati attivati numerosi programmi di drug delivery che evitassero alle persone fragili affette da patologie gli accessi alle strutture sanitarie per ritirare il farmaco alla farmacia ospedaliera.

Healthcare Network Partners ha avviato 7 progetti di consegna domiciliare del farmaco con qualche centinaio di pazienti assistiti e oltre 700 consegne effettuate.

Drug delivery, alcune difficoltà

Nonostante il 97% dei pazienti che hanno beneficiato del servizio di drug delivery gestito da HNP sia stato molto soddisfatto del servizio ricevuto e il 40% abbia manifestato di gradire una possibile continuità di tale supporto oltre il periodo emergenziale, avviare i programmi di consegna a domicilio dei farmaci si è rivelato difficile e spesso impossibile: rispetto al potenziale cluster di Enti che potevano essere interessati al progetto, circa l’80% ha scelto di non aderire.

Sin da subito alcune Regioni hanno respinto il supporto offerto da provider privati per paura che si potessero creare situazioni di iniquità tra pazienti con la stessa patologia, ma afferenti a terapie farmacologiche differenti. Altre ancora si sono organizzate in autonomia con la Croce Rossa Italiana, in collaborazione con Federfarma e Assofarm intensificando il servizio totalmente gratuito di consegna farmaci a domicilio a favore delle persone vulnerabili.

In merito a questo, Gianni Belletti, Country Manager di Healthcare Network Partners, sottolinea che: “Viste le necessità impellenti dettate dal periodo emergenziale, penso che anche queste Regioni avrebbero potuto attivare servizi di drug delivery supportati dall’Industria, beneficiando in questo modo di risorse aggiuntive (chiaramente fissando come di fatto gli compete le regole per realizzare tale supporto) da poter affiancare a quelle organizzate con la Croce Rossa Italiana. In questo modo si sarebbero resi disponibili maggiori opportunità per aumentare il perimetro delle patologie e/o dei pazienti a cui offrire tale supporto”.

Al contempo, non tutte le unità operative coinvolte hanno aderito ai programmi di drug delivery per timore di un incremento repentino del lavoro in un periodo già particolarmente critico a causa dell’emergenza sanitaria. “Per agevolare il più possibile le unità operative coinvolte, abbiamo proposto un servizio di ritiro personalizzato adattandoci alle esigenze delle singole realtà- prosegue Gianni Belletti-. Volevamo evitare che strutture già gravate da un’importante mole di lavoro dovessero adattare le loro routine operative alle esigenze dei diversi programmi di drug delivery”.

Inoltre, alcuni dei pazienti che avrebbero potuto far parte dei programmi di consegna domiciliare del farmaco hanno preferito non aderire e recarsi personalmente ai Centri Clinici di riferimento sia per reticenza nei confronti di nuove modalità di gestione della consegna dei loro farmaci, sia come occasione per evadere dalla serrata realtà domestica.

Le prospettive future della consegna a domicilio dei farmaci

Quante difficoltà hanno influenzato la sperimentazione di questo genere di servizio e che cosa può essere fatto in futuro nell’ambito della drug delivery?

Flessibilità, personalizzazione dei programmi, nonché capacità di ascoltare la voce delle Associazioni Pazienti sono alcuni degli ingredienti necessari per avviare in futuro servizi stabili e continuativi di drug delivery per un numero sempre maggiore di farmaci. “Senza lo stress e le pressioni dettate dalla contingenza emergenziale, sarebbe opportuno avviare un tavolo congiunto con tutti gli stakeholder direttamente coinvolti in questo genere di servizio -propone Gianni Belletti -. In questo modo si potrebbero analizzare le attività svolte durante la pandemia e riflettere su setting e logiche da implementare nei futuri programmi di drug delivery”.

Al fine di superare le titubanze legate ai supporti offerti dalle aziende farmaceutiche, si potrebbero stilare dei principi e degli standard funzionali a delineare quelle che possono essere i requisiti ritenuti necessari dagli Enti e dalle Amministrazioni come garanzia di efficienza da parte di chi offre il servizio di drug delivery.

Inoltre, in attesa di un’auspicabile armonizzazione legislativa che favorisca il passaggio di farmaci ospedalieri in distribuzione diretta, occorre un ripensamento di alcune modalità operative routinizzate verso modalità più flessibili e capaci di adattarsi al meglio a quelle che sono le reali esigenze dei pazienti.

 

 

 

 

 

Il digitale a supporto della terapia: cosa abbiamo imparato dal COVID-19

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Come avremmo vissuto il lockdown se fosse capitato 10 o 20 anni fa? Grazie all’accessibilità e alla facilità di utilizzo di strumenti tecnologici in grado di accorciare le distanze, molte persone sono riuscite a consultare il proprio medico, a continuare a lavorare e studiare, nonché a rimanere in contatto con i propri affetti.

Ed ecco che ogni dispositivo digitale è diventato il mezzo con cui annullare le distanze, specialmente nel settore healthcare. Skype, Facetime, Whatsapp, Zoom, Meet sono stati solo alcuni degli strumenti che hanno riempito le nostre giornate permettendo di mantenerci connessi, proseguire le nostre attività di lavoro, ma soprattutto rendere possibile la continuità delle cure. Nel mondo healthcare infatti questi strumenti digitali, indipendentemente da quelle che erano le indicazioni iniziali, sono stati ampiamenti usati “off-label” con grande beneficio di operatori e pazienti. Questi ultimi si sono resi conto che gli strumenti digitali, videoconsulto / videovisita in primis, sono accessibili, dove serve, quando serve, in maniera tempestiva e conveniente, consentono di garantire una continuità operativa e terapeutica mai immaginata prima.

Una recente pubblicazione ha analizzato come l’erogazione delle cure primarie in Catalogna e l’inversione del numero delle visite tra l’incontro “Face-to-Face” e il teleconsulto sono mutati in maniera repentina e drastica durante il primo mese e mezzo di lockdown.

I progetti del mondo farmaceutico per supportare la trasformazione digitale

Questa veloce evoluzione non è rimasta inosservata dal mondo farmaceutico che immediatamente ha avviato, in collaborazione con provider qualificati, progetti per supportare questa trasformazione digitale con azioni sia tecnologiche che educazionali a beneficio dei principali stakeholders: pazienti e medici.

Per applicare al meglio i protocolli di prevenzione e per ridurre i rischi legati allo spostamento delle persone, molti servizi offerti dalle strutture mediche sono stati ripensati per permettere ai pazienti di incontrare il proprio Specialista di riferimento con una videochiamata, senza necessariamente recarsi di persona in ambulatorio. Per quanto riguarda il PSP, sono stati messi in atto protocolli per minimizzare il contatto utilizzando le stesse videochiamate o, laddove la popolazione non sia tecnologicamente preparata, delle chiamate telefoniche.

Globale e locale, una risposta integrata  

La magnitudine di questa rivoluzione digitale è stata tale da provocare anche una risposta veloce del mondo della Pubblica Amministrazione: la regione Toscana e il Veneto hanno deliberato atti di adozione e inserimento delle prestazioni eseguibili in Telemedicina nel Nomenclatore Tariffario Regionale equiparandole, nei fatti, alle prestazioni erogate in maniera tradizionale.

Tuttavia, questa situazione ha fatto emergere l’importanza di affiancare a un’azione mirata locale, una risposta integrata più ampia che coinvolgesse più Stati nel Mondo.

Per questo motivo, provider qualificati dal know-how internazionale si sono rivelati perni fondamentali per garantire soluzioni digitalizzate nel rispetto delle normative vigenti nei diversi territori.

Una spinta verso il futuro?

Chatbot, visite online, videoconferenze, webinar e geolocalizzazione. Sono solo alcune delle opportunità date dai servizi IT e che il mondo helthcare può introdurre in uno slancio verso un futuro che porti a benefici tangibili. Le relazioni tra medico, paziente, infermieri e Associazioni, non potranno che essere guidate alla luce di quelle che sono le offerte tecnologiche dell’ultimo decennio.

I risultati di questi importanti passi verso un’apertura del Sistema Salute a un utilizzo massiccio delle tecnologie saranno visibili solo nel tempo, ma quello che conta è che la tecnologia abbia permesso di portare avanti la continuità di cura in un momento sofferente come quello generato dal Covid-19.

 

Uno sportello di supporto per gli infermieri durante l’emergenza COVID-19

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In questo periodo di emergenza sanitaria, l’assistenza domiciliare è stata estesa oltre la prassi e i protocolli standard al fine di mantenere quanto più possibile i pazienti presso il proprio domicilio, evitando trasferimenti presso le strutture sanitarie che li esporrebbero a rischi non necessari. Ciò ha significato un grande sforzo in più per gli infermieri che operano nell’assistenza domiciliare, aumentandone sensibilmente la mole di lavoro e l’intensità delle prestazioni.

I protocolli aggiuntivi, l’utilizzo esteso dei dispositivi di protezione individuale, le procedure di igienizzazione e l’ingresso di nuovi pazienti nei PSP hanno sollevato dubbi e paure aumentando i livelli di stress negli operatori, peraltro già soggetti al timore di contrarre l’infezione e di trasmetterla ai propri familiari o alla sofferenza per la perdita di pazienti e colleghi.

Inoltre, la preoccupazione del contagio porta talvolta l’operatore sanitario a un vero e proprio auto-isolamento: aumenta il carico di lavoro, si limita la possibilità di confronto con i colleghi e i nuovi protocolli modificano sensibilmente il rapporto con i pazienti.

Con le condizioni lavorative, sociali e familiari mutate in maniera tanto repentina, è quindi frequente che emozioni quali rabbia, senso di impotenza, paura e frustrazione diventino presenze costanti e talvolta invalidanti per l’operatore sanitario, che può manifestare anche sintomi depressivi e prolungati stati d’ansia capaci di sfociare in insonnia persistente, somatizzazioni e in un aumentato consumo di tabacco e caffeina.

A fronte di questi possibili scenari, evidenziati anche dall’Istituto Superiore di Sanità, HNP ha tempestivamente attivato uno sportello di ascolto allo scopo di creare uno spazio di sostegno e supporto telefonico dedicato ai propri infermieri.

Lo sportello, grazie allo strumento delle videochiamate, si è potuto attivare molto rapidamente, consentendo anche la massima flessibilità nei confronti delle esigenze turnistiche degli infermieri.

Gli operatori possono quindi beneficiare di un sostegno psicologico mirato il cui obiettivo principale è quello di riconoscere il disagio e identificarne le cause dettate dalla straordinarietà della pandemia e di offrire, dove necessario, anche alcuni strumenti pratici per affrontare i momenti più difficili.

Oltre alle condivisioni personali, allo sportello si ricevono interrogativi specifici sulla sfera professionale nati in seguito alla ristrutturazione del lavoro.

“Come posso muovermi a casa di una persona che ha paura di farmi entrare? Come posso rassicurarla?

“Cosa posso dire al bambino a cui somministro la terapia che, in questo momento, non mi può salutare come al solito?”

Pur non esistendo una risposta univoca e universale a queste domande, grazie allo sportello è possibile trovare una risposta con la collaborazione dell’operatore stesso, analizzando le sue esigenze specifiche e le condizioni ambientali, diverse caso per caso, che si trova ad affrontare nell’esercizio della professione.

Sapere quando rassicurare il paziente, quando fornire spiegazioni e informazioni aggiuntive oppure quando aiutarlo con un semplice esame di realtà e quando invece rimanere empaticamente in ascolto, sono elementi psicologici di base a cui gli operatori possono ricorrere per continuare a offrire un’assistenza efficace in un momento eccezionale dove i pazienti e il sistema sanitario richiedono un livello superiore di cura e attenzione.

Ancora una volta la risposta migliore è stata quindi quella legata a un approccio di tipo multi-disciplinare e di lavoro “di squadra”, dove la capacità degli operatori in prima linea di leggere le nuove esigenze, proprie e del paziente, hanno trovato risposta in un supporto dedicato che condivide gli stessi obiettivi: continuare a fornire ai pazienti e ai caregiver gli standard di assistenza a cui sono abituati e aiutare gli operatori a costruire, caso per caso, le nuove condizioni con cui poter svolgere al meglio e serenamente il proprio lavoro.

Essere un fisioterapista domiciliare ai tempi del Coronavirus: la storia di Fausto

Ho capito con pienezza l’importanza del nostro lavoro di fisioterapisti domiciliari ancor di più in questi tragici giorni che stiamo vivendo per questa pandemia dovuta al Covid-19.

Attraversando città e paesi vuoti, mentre mi dirigo dai miei pazienti, percepisco la solitudine che poi ritrovo dentro quasi tutte le case. Il mio lavoro è diventato un punto di riferimento terapeutico non solo per il corpo, ma anche per lo spirito del paziente.

Noi fisioterapisti domiciliari abbiamo dovuto imparare a lavorare in maniera diversa, seguendo tutte le precauzioni necessarie riguardo l’utilizzo dei DPI, per la nostra protezione e sicurezza e per quella dei nostri pazienti.

Entrando nelle loro abitazioni dobbiamo vincere il timore d’incontrare contagiati e, cosa più importante, dobbiamo trasmettere alle persone che ci aprono la loro casa la sicurezza di cui hanno bisogno. Apriamo le imposte per fare entrare aria pulita, con cortesia invitiamo i parenti a tenere la dovuta distanza e a mettere la mascherina nel rispetto del protocollo previsto.

Fare fisioterapia in questo momento è complesso: il paziente è preoccupato di svolgere una terapia che richiede la manipolazione degli arti, spesso dolorosa e che si basa sul contatto. Quel contatto è un grande gesto di fiducia di entrambe le parti: dei miei pazienti e anche mia.

Il ruolo di noi operatori domiciliari d’altronde è fortemente basato sulla fiducia: il fisioterapista rappresenta il cordone ombelicale che lega il  paziente alla guarigione, per questo soprattutto in tempi complessi come questi, il nostro compito è quello di assistere con professionalità e massima sicurezza.

Ormai da tempo sono entrato nelle vite dei miei pazienti e spero tanto di poterli aiutare a preservarsi da questa pandemia.

Con umiltà e spirito di sacrificio continuo il mio lavoro quotidiano, augurando per me e i miei pazienti che quanto prima si ritorni alle normali abitudini.

 

Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Davide

Essere un infermiere domiciliare non significa unicamente assistere una persona in un ambiente esterno a quello ospedaliero: è importante non dimenticare il significato di entrare per necessità nel mondo di qualcuno, nella sua vita, nei suoi spazi, essere parte di un universo a noi sconosciuto, quello di coloro che devono accoglierci nelle loro abitazioni per ricevere assistenza.

Proprio questa situazione fa sì che ogni passo, ogni parola, ogni azione, debba essere compiuta portando il rispetto necessario a coloro che hanno aperto con fiducia la porta della propria vita a noi estranei, poiché questo siamo inizialmente, divenendo visita dopo visita parte integrante delle vite che assistiamo.

Da quando si è sviluppata la pandemia, causata dal Sars-Cov2, il concetto stesso di assistenza domiciliare è mutato, soprattutto a livello psicologico: per motivi di sicurezza i dpi sono divenuti fondamentali anche per quanto riguarda l’assistito e spetta a noi infermieri far rispettare il protocollo previsto.

Ammetto di non essere a mio agio quando, in casa altrui, chiedo di indossare la mascherina anche a coloro che in quella casa ci vivono, quando chiedo di aprire le finestre per arieggiare l’ambiente e allontano tutti coloro che non sono necessari dalle stanze che ogni giorno li vedono protagonisti, mentre io sono solo una comparsa. Lo faccio per il loro bene e per il mio, a volte non è facile ma risulta palese come l’obiettivo sia la messa in sicurezza di tutti.

In conclusione, voglio ribadire come il concetto di assistenza domiciliare sia delicato, basato su una bilancia i cui piatti necessitano dello stesso peso: il rispetto tra colui che riceve assistenza e la figura professionale che rappresentiamo.

Noi infermieri domiciliari siamo un riferimento, siamo le persone in cui l’assistito e i suoi familiari ripongono la propria fiducia nel seguire le indicazioni che diventano indispensabili per tutta la durata dell’accesso domiciliare.

Non dobbiamo sottovalutare il ruolo che ricopriamo e l’importanza che rivestiamo in quanto sanitari, ma neppure il fatto che entriamo come esterni nelle intimità delle vite degli altri.

Umiltà e competenza, mai come in questo periodo risultano indispensabili.

Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Roberta

“Il tempo di relazione è tempo di cura”

Articolo 4 del Codice deontologico delle professioni infermieristiche.

Vorrei partire da qui per riflettere su che cosa significhi essere un infermiere ai tempi del Coronavirus perché credo fortemente che se da un lato questa pandemia ci chiede di ridimensionare gli spazi che abbiamo a disposizione con i nostri pazienti, dall’altro ci vede costretti ad offrire loro non solo cura e assistenza ma anche un forte supporto emotivo e delle rassicurazioni in un momento storico in cui tutti ci sentiamo un po’ figli dell’incertezza e della paura, spesso anche fragili e impotenti.

Mi chiamo Roberta, sono un’infermiera e se penso a che cosa significhi per me occuparmi di pazienti al domicilio in un momento come questo, mi viene da dire che significa tanto. Significa emozioni, paure, sguardi e distanza.

Quando entro a casa dei miei pazienti è inevitabile percepire la paura negli occhi di chi mi sta di fronte.

Loro sono molto attenti e scrupolosi nei miei confronti, mi osservano… e tra un cambio di guanti e l’altro, uno sguardo quasi nascosto perché la mascherina stringe e le guance salgono… loro sono lì e io sono lì per loro. Ci devo essere.

Cambiano tante cose in tempi come questi, cambia l’approccio, cambia la postura, cambia la distanza, cambia l’accoglienza, cambia la relazione, cambia la dimensione, cambiano i saluti.

Andare a domicilio dai pazienti vuol dire instaurare con loro un rapporto rispettoso e forte, di fiducia. Si creano delle sinergie che hanno un significato importante nella relazione. Con i miei pazienti ho instaurato un forte legame, insomma passo più tempo con loro che con la mia famiglia e loro fanno parte della mia quotidianità.

Se pensiamo che il tempo di relazione è tempo di cura, dobbiamo considerare che i pazienti in questo momento necessitano ancor di più di rassicurazioni e conforto ed è legittimo che questo compito venga in qualche modo richiesto a noi: i tuoi assistiti li conosci bene; riconosci le loro espressioni, le loro smorfie, le parole troncate e le giornate tristi, i giorni spensierati e le risate condivise davanti ad un buon caffè.

Percorro molti chilometri e spesso nei miei viaggi rifletto su quanto sia importate esserci per gli altri, le strade sono vuote, i rumori assordanti non li sento più. Vedo distese di prati e montagne innevate. Cieli limpidi e alberi in fiore. È da qui che mi ricarico di energie e riparto per dirigermi da un altro paziente.

Dobbiamo imparare a vedere la relazione con i nostri pazienti come un qualcosa che in qualche modo cura anche noi, che ci aiuta a rivedere la dimensione relazionale con l’altro anche e soprattutto in termini di distanza perché ad oggi non stringo la mano a nessuno, non abbraccio nessuno per consolazione e questo significa distacco.

Quello di cui sono certa è che quando questa pandemia sarà finita potrò finalmente tornare a vivere i miei pazienti come li vivevo prima, senza panico, senza paure. Tornerò a vivere i miei pazienti nella serenità del rapporto che con loro ho creato, sicura e fiduciosa del fatto che lo stesso sarà per loro.

Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Orazio

Stiamo vivendo un’emergenza sanitaria senza precedenti, ma non ci stiamo forse dimenticando di chi ogni giorno vive la cronicità della propria malattia? Sono proprio quelle persone che, adesso che il sistema sanitario nazionale si è impallato, sono rimaste da sole a gestire il loro quotidiano.

È proprio per questi malati che noi infermieri domiciliari possiamo fare la differenza. Anche oggi ci siamo, ci siamo sempre, non solo adesso che ci hanno incollato addosso l’etichetta di eroi, ci siamo anche a Natale o a Ferragosto, con il sole o con la neve, con e senza il Coronavirus!

Siamo un punto di riferimento, una sicurezza, una certezza per i nostri assistiti in una condizione che di certo ha ben poco. Sono un infermiere che da sempre si occupa di malattie rare, quelle che quasi nessuno conosce e che in questo periodo non sono all’attenzione dei media. Proprio per i malati rari sento di dover continuare a esserci.

Svolgo quest’attività da più di dieci anni ed è bello vedere che in questo periodo i pazienti mi chiamano ogni giorno, mi aggiornano sulle loro condizioni di salute e mi chiedono le mie, cercando chiarimenti, sicurezze. Sono felici che qualcuno si continui ad occupare di loro.

Quando mi reco al loro domicilio mi fanno trovare la stanza arieggiata e pulita e indossano la mascherina. Anche loro si prendono cura di me. Questo è meraviglioso.

Proprio ieri una paziente che non seguo più da un anno perché non copro più la sua zona di residenza, mi ha chiamato per sapere se stavo bene raccomandandomi di stare attento.

Credo di fare uno dei più bei lavori al mondo.

Digital health, la rivoluzione digitale della sanità al tempo del COVID-19

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Chatbot, visite online, videoconferenze, webinar e geolocalizzazione. Durante l’emergenza COVID-19 il mondo healthcare si affida alle opportunità offerte dai servizi digitali per garantire la continuità operativa nel rispetto della sicurezza di medici e pazienti.

In prima linea a fronteggiare l’emergenza Coronavirus ci sono medici, infermieri e operatori che insieme a tante altre figure professionali del panorama sanitario, stanno cercando di assicurare le cure adeguate a tutte le persone che ne hanno bisogno.

Compito molto difficile in un momento come questo. L’accesso limitato a dispositivi di protezione individuale come mascherine, guanti e occhiali protettivi, la necessità di continuare percorsi terapeutici fondamentali per alcune categorie di pazienti e la volontà di contrastare il diffondersi di questo virus con tutti i mezzi possibili, hanno portato gli operatori del mondo healthcare ad approfondire e a sperimentare l’utilizzo di alcune tecnologie digitali.  Tra queste vi sono le videoconferenze, le visite online, i chatbot e i webinar che già in molti contesti lavorativi sono ampiamente adottati, ma in questa situazione contingente si sono rivelati elemento di svolta per affrontare questa emergenza.

La tecnologia per essere vicini da remoto

Ci sono dei percorsi terapeutici che devono essere effettuati in presenza, ma esistono molti altri servizi e programmi di supporto alla persona che possono essere mantenuti attivi sfruttando i servizi digitali di connessione da remoto e i software per webinar e videoconferenze.

“La mia professionalità è ancora a loro disposizione, ma a distanza. Per proteggerli – così racconta Sarah, infermiere di home therapy che segue alcuni pazienti in programmi di home training e monitoraggio-. Devo spiegare loro che per un po’ non ci vedremo, ma che ci sentiremo e che sono sempre a loro disposizione, solo dietro a un telefono”.

Per applicare al meglio i protocolli di prevenzione e per ridurre i rischi legati allo spostamento delle persone, molti servizi offerti dalle strutture mediche e numerosi Programmi di Supporto al Paziente sono stati ripensati per permettere ai pazienti di incontrare il proprio Specialista di riferimento con una videochiamata, senza necessariamente recarsi di persona in ambulatorio. Per quanto riguarda il PSP, sono stati messi in atto protocolli per minimizzare il contatto utilizzando le stesse videochiamate o, laddove la popolazione non sia tecnologicamente preparata, delle chiamate telefoniche.

Gli Informatori Scientifici del Farmaco e gli Informatori Scientifici che per lavoro vanno abitualmente da ambulatorio ad ambulatorio e da ospedale a ospedale per incontrare medici, farmacisti e altri operatori, oltre al pericolo del contagio possono diventare loro stessi fonte di diffusione del virus. Per questo motivo molte case farmaceutiche hanno dovuto fermare le trasferte e gli spostamenti dei propri informatori. Tuttavia, i rapporti che questi ultimi hanno con i medici non possono interrompersi, rimanere in contatto è fondamentale. Per farlo, però, è necessario cambiare le modalità di comunicazione e formazione tradizionali. Agli incontri di persona potranno sostituirsi webinar e strumenti di eLearning che permetteranno agli Informatori di continuare a svolgere il loro lavoro senza andare di persona negli studi medici e nei reparti.

Inoltre, in questo momento di emergenza e quarantena forzata per la maggior parte delle persone, sono tanti i publisher e le società scientifiche nazionali e internazionali che stanno mettendo a disposizione gratuitamente contenuti scientifici fruibili online. Si tratta di un passo importante verso una ricerca più accessibile e aperta.

I chatbot per riconoscere i sintomi e adottare i comportamenti corretti

Un Chatbot è un software capace di conversare con un utente in linguaggio naturale, comprendendone le intenzioni e rispondendo secondo le linee guida e i dati di cui dispone.

Per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, dal 7 marzo la Regione Lombardia ha messo a disposizione sul proprio portale un Chatbot che permette di accedere a un percorso guidato il quale, rispetto ai sintomi selezionati, porta alla scelta delle azioni più corrette da compiere, sulla base delle linee guida del Ministero della Salute e degli organi internazionali preposti alla gestione dell’emergenza.

Un mezzo che permette un contatto immediato e diretto per chi è in cerca di informazioni veloci e validate.

La stessa OMS sta lanciando proprio in queste giornate un servizio di messaggistica in partnership con Facebook e Whatsapp che serve per dare risposte alle persone in merito all’emergenza Coronavirus.

 Geolocalizzazione e Big Data per contrastare la diffusione del COVID-19

Utilizzare i Big Data e gli strumenti di geolocalizzazione per valutare velocemente l’effetto delle misure non farmacologiche di contenimento della diffusione del COVID-19 come la riduzione della mobilità e l’incremento della distanza sociale, è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell’ISI di Torino in collaborazione con la società Cuebiq, specializzata in analisi di big data.

Come spiega ai microfoni di diverse testate giornalistiche, Michele Tizzoni dell’ISI Torino, da quando è iniziata l’emergenza (verso il 21 di febbraio) a ora, i ricercatori hanno ricostruito il calo verticale di movimenti e interazioni utilizzando i dati anonimizzati ricavati da alcune applicazioni di uso comune. In questo modo, sono riusciti a costruire grafici e analisi statistiche dell’effetto delle misure attuate dal governo italiano. A questa ricerca si aggiungono numerose proposte di applicazioni in grado di mappare i movimenti degli italiani e l’insorgere di focolai, che stanno arrivando sul tavolo del ministero dell’Innovazione e che la polizia Postale e il Garante della Privacy dovranno valutare in materia di tutela dei dati personali.

Medici e informatici diventano quindi un team unico per cercare di garantire sistemi efficienti, efficaci e sicuri, che riescano a tenere sotto controllo il sovraccarico in momenti di picco come questi, senza però perdere la propria flessibilità.

Tante ancora sono le opportunità offerte dai servizi IT e che il mondo helthcare può introdurre in uno slancio verso un futuro che porti a benefici tangibili rapidamente adottati.

Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Alessio

Da diverso tempo collaboro con HNP come infermiere domiciliare dedicandomi ad attività rivolte ai pazienti affetti da malattie croniche e rare.

Per un infermiere il lavoro in assistenza domiciliare è diverso dal lavoro in ospedale perché con il tempo entri a far parte della famiglia dell’assistito: non sei visto come semplice infermiere professionale, ma anche come un amico, un confidente e un punto di riferimento in ambito infermieristico per tutto il mondo che si trova dietro quel campanello che suoni anche tutte le settimane.

In questo momento così strano che stiamo vivendo per il Coronavirus, il nostro contributo di infermieri è essenziale per garantire la continuità assistenziale a domicilio per questo tipo di pazienti che presentano patologie che già di per sé li rendono più fragili di altri. Il mio lavoro infatti continua a svolgersi come sempre, ma con maggior attenzione, rispettando i protocolli di sicurezza che ci sono stati comunicati.

Che cosa è cambiato nelle mie attività? Beh, alcuni pazienti per il rapporto di fiducia che si è creato nel corso degli anni si sentono al sicuro a effettuare la terapia infusionale, proprio come si sentivano prima del virus; altri pazienti maggiormente ansiosi, pazienti che si trovano a casa dal lavoro con tutte le implicazioni che questo comporta, hanno avuto di bisogno di maggiori rassicurazioni sulla mia modalità di somministrazione della terapia, ma ancor più sui miei contatti precedentemente avuti data la mia professione, facendomi sentire una minaccia. Io non mollo, non ho esitato un secondo a spiegare loro che sono sempre Alessio, con una maschera in più e tante accortezze che servono proprio per preservare tutti i miei assistiti.

Il mio lavoro è come una missione, ed è in questo momento delicato che si deve continuare a lottare con tutte le nostre forze per il bene della collettività, lavorando con le giuste precauzioni, senza mai abbassare la guardia.

Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Gaia

Coronavirus, una parola che in questi giorni rimbomba 24h su 24h nelle nostre teste.

Un virus sconosciuto che in silenzio è entrato delle nostre vite, togliendoci la libertà di vivere la nostra quotidianità e mettendoci tante limitazioni, ma forse facendoci apprezzare i piccoli gesti quotidiani che tanto spesso diamo per scontati: un bacio, un abbraccio, una stretta di mano. Atti normali che oggi sono vietati perché la parola d’ordine è distanza.

Oggi più che mai, in questo blocco del nostro Paese, si sente un’aria completamente diversa e un silenzio surreale. Abituata a svolgere il mio lavoro come infermiera domiciliare e a spostarmi con la mia macchina in una metropoli caotica ed assordante come Roma, mi sono accorta che i rumori si sono fatti ovattati.

Gestire un lavoro delicato come il nostro a contatto così ravvicinato con i pazienti, non è semplice: molti di loro li conosciamo da anni, ma in questi giorni è facile percepire un velo di “paura” quando varchiamo la porta delle loro abitazioni. L’impatto psicologico è molto forte, non vediamo la fine di questa pandemia e come infermieri ci troviamo a dare tante rassicurazioni a pazienti timorosi con patologie complesse che oggi più che mai si sentono più fragili.

Entrando nelle loro case diventiamo dei punti di riferimento e sappiamo il peso che le nostre parole hanno per loro. Empatia e rassicurazione sono fondamentali soprattutto in questo periodo.

Sappiamo che essere infermiere è un lavoro complesso, perché oltre alle abilità tecniche prevede tutta una serie di componenti umane e psicologiche che ogni giorno mettiamo in atto. Noi siamo il nostro lavoro, perché la malattia e il dolore delle persone che incontriamo ce li portiamo sempre dietro, nel nostro zainetto di pensieri anche quando la giornata di lavoro si è conclusa.

Fare l’infermiere, in modo particolare nei programmi domiciliari, ci permette di costruire dei rapporti profondi con i pazienti e ricevere la loro fiducia stimola moltissimo il nostro operato. In questi giorni più che mai, poter ricevere la terapia nel comfort della propria casa è percepito fortemente come un valore: più di un paziente mi ha confermato che avrebbe saltato la terapia se si fosse dovuto recare in ospedale vista la situazione, interrompendo così la continuità terapeutica.

“Andrà tutto bene” è quello che l’Italia ripete a sé stessa come una sorta di mantra per scacciare via i pensieri negativi e io lo voglio ripetere a tutti i colleghi che stanno lavorando negli ospedali e nelle case, a contatto con questo nemico, dimostrando la forza e l’importanza del nostro lavoro.