Intervista alle Slide Queen, visual and slide designer

Comunicazione visiva

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In un contesto lavorativo che investe sempre più sulla digitalizzazione, che ruolo ha la comunicazione visiva?  

La comunicazione visiva in questo contesto sempre più digitalizzato ha un ruolo fondamentale e deve, essa stessa, affrontare delle sfide non da poco. Una di queste è senza dubbio il tema della riconoscibilità: in una fruizione sempre più parcellizzata dei contenuti prodotti per il nostro ecosistema digitale che rimbalzano dal sito web proprietario a LinkedIn, passando dalla pagina Facebook per arrivare a una stanza di Clubhose il nostro brand o servizio o prodotto dev’essere subito riconoscibile.
Le persone che ci seguono devono subito accorgersi di chi sta parlando attraverso un brand con una forte identità e un visual storytelling con format coerenti al corporate aziendale e con un tono di voce rigoroso.

 

Capacità di organizzare il pensiero e renderlo visuale: dote innata o skill da affinare? 

Crediamo che sia una skill da affinare, senza ombra di dubbio; imparare a leggere le immagini e quello che rappresentano dovrebbe essere uno degli argomenti da studiare sui banchi di scuola, purtroppo non è così. Imparare a esprimersi e a esporre il proprio pensiero attraverso dei segni è fondamentale per riuscire a sintetizzare il mondo che ci sta attorno.

Ritornando al periodo storico che stiamo vivendo, la facilitazione visuale è un metodo che ha tanti vantaggi tra i quali il permettere di rappresentare la realtà senza dover usare la lingua, perciò può essere un valido punto di contatto tra culture diverse.

 

Il mondo dell’healthcare di solito punta su una comunicazione visiva sempre “protettiva”, come si fa la differenza?

Secondo noi creando un brand molto forte a livello grafico, testuale e soprattutto valoriale.
Le domande che è necessario porsi tutte le volte che strutturiamo un contenuto devono essere:

  • quali sono i valori del mio brand e come li comunico?
  • qual è la promessa che faccio al mio pubblico e come la comunico?
  • la mia comunicazione è coerente ai miei valori e alla mia promessa?

Se tutto è allineato possiamo creare e distribuire il nostro contenuto che sicuramente non passerà inosservato.

Per fare la differenza in un contesto che usa messaggi ‘protettivi’ si può pensare di creare degli elementi disruptive e innovatori magari usando canali di distribuzione inusuali, senza perdere riconoscibilità, allineamento dei valori e promessa.

Patient Access: nuove prospettive e progettualità per il settore farmaceutico

Patient Access

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Il Market Access si trova di fronte a un forte cambiamento di prospettiva; in un contesto così mutevole è necessario che tutti gli attori dell’healthcare propongano nuovi modelli progettuali capaci di rispondere a un approccio sempre più patient-oriented

From Market to Patient

Chiariamo innanzitutto il concetto di Market Access: esso può essere definito come l’insieme delle leve che favoriscono l’accesso, l’adozione e il riconoscimento del valore del prodotto farmaceutico da parte del mercato.

Quali sono gli stakeholders a cui si rivolge ? Le regioni, le ASL, i Dipartimenti farmaceutici, le Associazioni, i pazienti, Aifa, i Clinici, le società scientifiche.
Alle volte il Market Access può non risultare in grado di comunicare agli stakeholder l’effettivo valore di un farmaco; capita infatti che policy-maker e payer siano impegnati a contenere i costi senza compromettere l’assistenza sanitaria, lasciandosi così distrarre da questioni riguardanti il prezzo anziché il value del prodotto farmaceutico.

Il nuovo paradigma che si va affermando in questo nuovo scenario è quello del Patient Access, ovvero un approccio al mercato maggiormente patient-oriented che mira a rispondere in maniera efficiente ai bisogni del paziente e agli obiettivi di tutti gli altri stakeholder coinvolti.

Questo nuovo approccio permette al paziente di accedere in maniera semplice al corretto trattamento e ai servizi sanitari necessari, viene incontro alla necessità dei policy-maker e payer di ridurre la spesa sanitaria e facilita gli Specialisti nell’individuazione dei trattamenti più efficaci a seconda della popolazione di pazienti.

Il paradigma del Patient Access

In cosa si traduce quindi il paradigma del Patient Access per le aziende pharma e quali sono le azioni che possono essere introdotte per mettere a punto un approccio che tenga conto degli obiettivi di tutti gli stakeholder del sistema salute?

In primo luogo, è necessario utilizzare un nuovo approccio negoziale da parte dei Market Access Manager. L’AIFA e gli enti regolatori stanno incorporando delle metodologie basate sull’evidenza del valore generato dal farmaco, introducendo un sistematico utilizzo dei registri e del meccanismo di rimborso condizionato (Payment by Results). Questo comporta l’impellente necessità di sviluppare strategie basate non solo sulle evidenze generate dai trial clinici, ma sulla capacità di raccogliere i dati di real-life lungo tutto il ciclo di vita del prodotto: entrando a pieno titolo nella dimensione della real world evidence.
Il paziente diventa un soggetto attivo da coinvolgere nella fase iniziale di ricerca, nonché nell’individuazione degli unmet need clinici lungo tutto il patient journey.

Il paradigma del Patient Access implica una differente prospettiva comunicativa da parte del marketing nella costruzione delle strategie di posizionamento aziendale. Si auspica infatti che queste ultime non debbano più essere fondate esclusivamente sul prodotto, ma sulla capacità di fornire soluzioni che contribuiscano a migliorare l’esperienza di utilizzo del farmaco con un impatto positivo su tutto il Sistema Sanitario.
Si tratta, in sostanza, di soluzioni che mirino ad aumentare l’awareness del paziente rispetto al suo ruolo nel percorso di cura, agevolare la fruizione dei servizi ospedalieri favorendo la strutturazione di team di cura multidisciplinari, facilitare l’appropriatezza terapeutica e creare meccanismi di comunicazione snelli tra il territorio e i Centri Specialistici.

Cosa abbiamo imparato in questi ultimi anni: alcuni esempi progettuali

Dall’interpretazione di questi cambiamenti in atto e partendo da una storica posizione di vicinanza al paziente che da sempre ha caratterizzato il lavoro di Healthcare Network Partners, sono stati sperimentati e consolidati nuovi modelli progettuali basati sulla forte contaminazione tra differenti professionalità e sull’integrazione con partner di valore.

Il contributo di HNP nell’ambito del Patient Access si traduce oggi in progetti di Real Word Evidence quali la collezione di patient report outcome (PRO) e nella valorizzazione di dati derivanti da servizi ai pazienti.

Anche le iniziative di sensibilizzazione della classe medica rientrano nel concetto di Patient Access. Tra queste, le proposte di video formativi sulla Telemedicina che hanno il compito di stimolare una migliore comunicazione nel rapporto Paziente-Specialista Ospedaliero.

Gli stessi progetti di sistema (anche definiti multi-stakeholder), volti a coinvolgere farmacisti e Medici di Medicina Generale in un percorso integrato di cura e follow-up del paziente, appartengono a questa nuova modalità di lavoro. Insieme a questi, vengono progettate delle attività di referral Centro-Territorio con l’obiettivo di promuovere l’appropriatezza terapeutica e la diminuzione dei tempi di diagnosi.

 

Patient experience design: la ricerca etnografica

Osservare, raccogliere elementi che ci possano aiutare a decifrare dei comportamenti, a portare in luce i bisogni.

Osservare per disegnare servizi su misura  per i pazienti.

La ricerca etnografica è una delle componenti del patient experience design, la più delicata perché è quella che ci mette in contatto con il campione che vogliamo analizzare. I tasselli che la compongono sono diversi: c’è l’attività di osservazione vera e propria che può avvenire con tecniche a cui va aggiunto l’utilizzo di materiali da osservare (documenti, foto, audio, video, etc) che possono essere importantissimi per contestualizzare al meglio la ricerca.  A questo vanno aggiunte: capacità empatiche, di analisi e una dettagliata reportistica in grado di presentare in maniera chiara i risultati e proporre delle riflessioni per agire.

Non è più possibile disegnare progettualità rivolte ai pazienti senza mettersi nei loro panni, questo è possibile solo osservandoli e analizzandone i comportamenti nei loro ambienti, sui loro canali.

L’approccio conoscitivo sta cambiando rapidamente e per questo implementare strumenti che partano dalla più tradizionale ricerca etnografia fino alla giovanissima netnografia (o digital etnography) diventa fondamentale per offrire soluzioni healthcare che tengano conto dei bisogni reali e dei contesti, quelli realmente vissuti.

Verso la  business etnography

Si parla in maniera appropriata di ricerca etnografica quando si ricorre all’osservazione partecipante come tecnica privilegiata di rilevazione delle informazioni. Al ricercatore è richiesto un livello alto di coinvolgimento nella realtà osservata a contatto diretto con le persone e il contesto di interesse, ma in ambito healthcare, quando si parla di fornire soluzioni patient centered, è più corretto riferirsi alla business etnography. Come sottolinea nel suo blog, Maria Cristina Lavazza, esperta di Experience Design, la business etnography ha due caratteristiche ben definite: ha un committente reale che commissiona la ricerca con obiettivi precisi e a cui vanno restituiti i dati rilevati in maniera funzionale a creare soluzioni di design. In questo caso quindi il ricercatore deve essere in grado di osservare il contesto in modo puntuale cogliendo anche i dettagli all’apparenza più ininfluenti. Capire senza forzare ed essere abili nel mantenere un distacco emotivo al contempo maturando una necessaria empatia per rendere complice del processo di studio lo stesso soggetto della ricerca risulta fondamentale quando il contesto di riferimento è quello della salute. Tutto ciò con il fine di costruire soluzioni che tengano conto delle unicità dei pazienti e delle loro esigenze, che sappiano cogliere le peculiarità di ogni needs per tradurlo in soluzioni di valore.

Netnography, gli strumenti digitali a servizio della ricerca anche durante l’emergenza da COVID-19

Il distanziamento sociale dato dalle norme per contenere la diffusione del virus Sars-Cov2 ha dimostrato che anche la ricerca deve muovere i suoi passi tenendo conto delle limitazioni imposte dalla pandemia.
Inoltre, in un ambiente sempre più digitalizzato come quello attuale, nel quale le persone spendono la maggior parte del loro tempo a interagire tramite digital device, diventa imprescindibile integrare a una ricerca effettuata in presenza degli strumenti che sappiano mappare in nuovi contesti sempre più web-based.
I nuovi media rendono osservabili ed accessibili pensieri, comunicazioni, relazioni, emozioni e identità che prima rimanevano privati e nascosti.

La netnography, o etnografia digitale, si basa sostanzialmente sull’osservazione delle azioni degli utenti in rete: cosa dicono, come si comportano e come si relazionano tra loro. Tutto questo è fondamentale anche quando si parla di Salute.
La netnografia integra quindi le informazioni raccolte attraverso gli insight e le rende ancora più fruttuose svelando il senso che si nasconde dietro ai numeri.
Non si deve peraltro dimenticare, come suggerito da Alice Avallone – etnografa digitale – che gli utenti di internet sono in primis persone e proprio per questo motivo l’etnografia digitale assume un ruolo fondamentale nei contesti aziendali: è infatti possibile attribuire un calore umano ed emotivo alla freddezza dei dati raccolti dai medical device, dai tracker digitali e dagli altri strumenti che accompagnano la quotidianità dei pazienti.

Non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo: osservare e convertire per disegnare soluzioni che migliorino la journey di malattia.

Alla luce di quanto analizzato, si può affermare che l’etnografia, una delle tecniche più note dell’antropologia e della sociologia, rappresenta uno strumento fondamentale anche in ambito healthcare.

Affiancando alle sue metodologie più tradizionali le nuove possibilità offerte dal digitale, la ricerca etnografica diventa la base per costruire soluzioni di design aggiornate e soprattutto personalizzabili.

 

 

 

I servizi di Contact center nell’healthcare come punto di ascolto e fonte di insight

Contact center

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Rispondere alle domande dei pazienti, supportare la gestione dei programmi di supporto e fornire servizi di coaching sono solo alcuni degli esempi applicativi in ambito healthcare dei contact center.

Il contact center viene adottato principalmente con lo scopo di massimizzare l’efficacia del rapporto con l’utente, integrandosi con altri canali e strumenti informativi e utilizzando la voce dell’operatore come principale mezzo per fornire supporto ai pazienti che chiamano. La voce può essere un valido strumento nell’ambito dell’assistenza e, nel caso specifico dei contact center, assume un importante rilievo sia quella del paziente che quella dell’operatore nella costruzione della relazione comunicativa.

A fianco alla funzione del contact center quale punto di ascolto delle diverse esigenze dei pazienti, questo può diventare una preziosa fonte di insight.

Infatti, è sempre esistita la necessità di monitorare questo tipo di servizio con alcuni indicatori. Tra questi, i più noti sono la percentuale di chiamate/risposte o ancora i punteggi di Customer Satisfaction (CSAT) e le evidenze di Customer Experience che hanno permesso di analizzare l’impatto dei tempi di risposta e di altri aspetti sui livelli di soddisfazione degli utenti e sulla complessità delle loro esperienze. Ascoltare la voce dei pazienti è alla base per comprendere i punti di forza e di debolezza del servizio e per implementare delle soluzioni ad hoc.

Cercare di dare risposte concrete senza trasmettere troppe volte la chiamata ad altri operatori, accettare i feedback e considerare le giuste metriche affinché i dati analizzati possano essere utilizzati per migliorare il proprio servizio, sono in generale le principali regole di un contact center capace di mettere le esigenze del paziente al centro.
Tuttavia, quali sono le best practice di questo tipo di servizio in ambito healthcare?

La giusta infrastruttura tecnologica e le metriche per monitorare e analizzare il servizio

Indicatori e tecnologie flessibili con accesso multicanale sono alla base della strutturazione di servizi di contact center efficaci e di valore per i diversi stakeholder. A fianco alla più tradizionale funzione di call center meramente telefonico, infatti, sempre più spesso vengono integrati altri canali di comunicazione e informazione: a partire dalla e-mail fino ai più recenti chatbot e risponditori vocali interattivi (IVR). In questo modo, gli utenti potranno accedere ai servizi di cui hanno bisogno attraverso le piattaforme e le modalità che preferiscono e con le quali sono più a loro agio. Anche alla luce di questa multicanalità, altri due aspetti imprescindibili di un’infrastruttura tecnologica efficiente sono la scalabilità ad adattarsi rapidamente alla variazione del numero di chiamate in arrivo, ma soprattutto la sicurezza nella gestione e conservazione di dati e registrazioni vocali in maniera conforme alle leggi e alle best practice vigenti.

Tuttavia, You get what you measure e, pertanto, quando si crea la tecnologia a supporto dei servizi di contact center è importante raccogliere le metriche rilevanti e presentarle in maniera comprensibile affinché si possa avere una realistica e aggiornata visione d’insieme delle performance ottenute e delle esigenze dei pazienti ancora insoddisfatte. Anche se l’Average Response Time è stata da sempre una delle metriche più ricercate e valutate, si è scoperto che portando il tempo di risposta da 20 fino a 90 secondi, in realtà non si registrava un calo della customer satifsfaction.
È fondamentale, pertanto, implementare strumenti di monitoraggio realmente capaci di cogliere e ascoltare in modo qualitativo le considerazioni dei pazienti. Per farlo è necessario porre le giuste domande nei questionari CSAT che devono chiedere al paziente una valutazione complessiva che consideri sia l’esito del servizio e cioè quanto sia stato risolutivo per il suo problema, sia le modalità con cui è stato erogato ed eventuali consigli in merito.
Il monitoraggio e l’analisi di questi indicatori, infatti, serve per evitare inutili frustrazioni per il paziente, per cercare di risolvere ogni genere di problematica nel modo più veloce ed efficiente possibile nonché per migliorare continuamente il servizio sulla base delle segnalazioni pervenute. Una volta raccolti i diversi dati relativi alla durata delle chiamate, al tasso di abbandono o, come abbiamo visto, alla customer satisfaction è possibile introdurre dei programmi di training per gli operatori che permettano loro di migliorarsi rispetto ad alcune criticità emerse ascoltando l’opinione dei pazienti.
Inoltre, utilizzare infrastrutture tecnologiche in grado di raccogliere e integrare in modo organico tutti gli insights, permette di monitorare in modo accurato e costantemente aggiornato il raggiungimento o lo scostamento dagli obiettivi preposti creando così le basi per un servizio al passo con le esigenze dei singoli utenti.

 

Chat, coaching e drug delivery: esempi di contact center nell’healthcare

Healthcare Network Partners già da tempo ha sviluppato diversi servizi di contact center legati a programmi di supporto ai pazienti.
Tra questi, durante l’emergenza Covid-19, è stato fondamentale garantire un servizio di drug delivery che desse supporto a coloro che avevano difficoltà di acceso ai centri clinici, problemi nel contattarli e nel procurarsi i farmaci necessari.

Per rispondere in modo rapido e mirato alle domande più frequenti dei pazienti con specifiche patologie, HNP ha ideato un servizio di chat supportato da operatori infermieristici specializzati.

A fianco a queste attività di supporto day by day, Healthcare Network Partners ha deciso di sfruttare lo strumento del contact center anche per erogare servizi di coaching rivolti ai pazienti.

Fornire ai pazienti un servizio che agevoli i contatti e le relazioni con gli operatori del settore salute è alla base di ogni programma e azione di supporto in ambito healthcare. Tuttavia, per farlo è necessario implementare una giusta sinergia tra capitale umano e tecnologie di supporto che permettano sia una fruizione agevole e flessibile sia la raccolta di dati al servizio del programma stesso.

 

 

 

I Podcast nell’healthcare, il potere della voce

Podcast nell'healthcare

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Facilità e flessibilità nella fruizione online e offline, personalizzazione e integrazione con altri strumenti di engagement, utilizzo della voce per instaurare fiducia, coinvolgimento bottom-up degli utenti nella creazione dei contenuti e possibilità di veicolare approfondimenti scientifici: sono queste alcune delle caratteristiche che hanno permesso una crescita nella fruizione dei podcast che ha raggiunto il +217% negli ultimi tre anni.

Ma in che modo questo strumento può essere utilizzato in ambito sanitario per fare awareness sui diversi target?

Podcast healthcare, le potenzialità educative e di awareness

File audio digitali il cui termine deriva dalla fusione di broadcasting (radiodiffusione) e Ipod (il primo lettore portatile di file musicali di Apple), i podcast sono strumenti che coprono diverse fasce di target: i giovani adulti dai 18 ai 30 anni li usano soprattutto per contenuti di intrattenimento e storytelling emotivo. Mentre dai 30 ai 45 anni vengono apprezzati principalmente per approfondimenti verticali.

Una delle caratteristiche che li rende così popolari è sicuramente l’accessibilità e la facilità di fruizione che consente alle persone di ascoltarli sia online che offline senza barriere legate all’infrastruttura di rete. Come sottolinea il rapporto Nielsen del 2019, infatti, tra gli utenti che ascoltano i podcast, il 66% predilige come luogo di fruizione le mura domestiche mentre quasi il 28% preferisce ascoltarli in macchina.

Le potenzialità di questo strumento potrebbero essere utilizzate anche in ambito sanitario, come sottolinea un articolo del 2020 del Journal of Mental Health Counseling, i podcast possono essere considerati come un’evoluzione delle modalità tradizionali educative e di engagement ed essere efficacemente integrati nella pratica clinica.

Pillole di prevenzione, audio-documentari scientifici, approfondimenti su patologie e terapie, nonché diverse tipologie di contenuti psicologici sono alcuni dei possibili contenuti veicolabili tramite audio digitali. Infatti, come sottolinea Prince Barbara nel suo studio scientifico pubblicato sul Teaching Sociology, una delle caratteristiche principali dei podcast è l’estrema personalizzazione. Possono durare da pochi minuti, ideali per pillole quotidiane, per arrivare a un’ora o due di contenuto veicolando approfondimenti scientifici a loro volta facilmente condivisibili in rete. Inoltre, questi file audio digitali possono essere comodamente combinati con altre modalità educative e di engagement.

Una comunicazione rivolta a pazienti, caregivers e healthcare professionals: lo stato dell’arte in Italia

Questo è un mezzo perfetto per creare un’atmosfera di fiducia dove le persone cercano risposte che siano durature”. Così il presidente Bob Pittman di iHearthMedia, azienda con oltre 850 stazioni radio negli Stati Uniti sintetizza uno dei valori principali dei podcast e cioè il fatto che sfruttino la voce come medium per veicolare fiducia e autenticità stringendo una relazione diretta con l’ascoltatore priva di mediazioni, coinvolgente ed emozionante.

Individuare come speaker figure capaci di accorciare la distanza medico-paziente, usare gli stessi rappresentanti dei pazienti per condurre gli interventi, costruire i contenuti dal basso con un coinvolgimento diretto dei destinatari: sono alcuni degli ingredienti per creare podcast di successo capaci di informare, coinvolgere ed educare pazienti, caregivers e professionisti della sanità.

Tuttavia, in Italia i podcast vengono maggiormente utilizzati per la condivisione di contenuti inerenti all’attualità e ai casi di cronaca, con un vertiginoso aumento di tematiche legate all’automiglioramento in tempo di emergenza sanitaria.

A differenza del resto del mondo, in cui sono molte le istituzioni, gli enti, le associazioni pazienti e le industrie farmaceutiche che hanno iniziato a implementare questo strumento per veicolare i propri contenuti rivolti sia ai pazienti che ai caregivers e utilizzati per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti della sanità, in Italia sono ancora pochi gli esempi di un utilizzo efficace dei podcast in ambito sanitario.

Si può raccontare la SMA ai bambini tramite una favola a puntate, come ha fatto Biogen, si può lavorare sulla mindfulness come ha fatto Angelini Pharma con il contributo dei professionisti di Psichiatria e Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Alla luce di quanto analizzato, si può dire che i podcast hanno avuto un notevole sviluppo negli ultimi anni, ma nel panorama sanitario italiano deve ancora crescere la consapevolezza verso le potenzialità di questo innovativo strumento di awareness e informazione.

 

Intervista a Maria Cristina Lavazza, experience designer

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Si sente sempre più spesso parlare di User experience, ci puoi spiegare esattamente cosa si intende con questo termine?

È il modo in cui ognuno di noi reagisce alle sollecitazioni esterne, qualsiasi esse siano.

In realtà definire esattamente cosa significa esperienza è davvero complesso. Un tempo l’esperienza consisteva nel vivere o fare interazioni molto semplici: se le nostre nonne stavano male andavano dal medico che gli dava un farmaco direttamente dal suo studio, se volevano un abito nuovo andavano dalla sarta, o nella merceria di zona, per scegliere stoffa e modello.

L’interazione era facile, diretta, lineare: ad un bisogno corrispondeva un’azione unica e una risposta più o meno scontata.

Oggi i nostri bisogni si sono moltiplicati di pari passo con la complessità dell’offerta: possiamo scegliere. Possiamo scegliere dove e come fare le cose, ma soprattutto quali elementi combinare per vivere a pieno la nostra esperienza. Perché l’altro elemento chiave con il quale misurarsi nella progettazione di esperienze complesse è l’impossibilità di standardizzarle. Le esperienze sono personali e ognuno le vive in maniera unica.

Dunque la mia personale esperienza di acquisto online e di assistenza può essere molto positiva, per un altro quel piccolo ritardo nella risposta può trasformare la sua esperienza in un’inefficienza da urlare sui social. Sì, perché le esperienze negative hanno il potere di attaccarsi alla nostra memoria in maniera indelebile. E questo vale per qualsiasi esperienza: dall’acquisto, alla cura, al tempo libero, alla mobilità. In altre parole siamo tutti immersi in migliaia di esperienze con realtà esterne (personali, sociale, pubbliche, private) di cui non ne percepiamo l’influenza.

 

User experience e programmi di supporto per il paziente, come si possono combinare?

Dominare un’offerta così sfaccettata è davvero difficile, se poi si toccano temi sensibili come la salute e le emozioni delle persone progettare esperienze positive diventa funambolico. Anche per questo la parola “esperienza” va declinata: in ambito clinico e farmaceutico dobbiamo parlare di “Patient experience” che comporta l’analisi e la valutazione di elementi in più rispetto alla più tradizionale user experience. L’approccio di esplorazione dell’esperienza del paziente sta cambiando moltissimo anche per questo dovremmo parlare di patient centered design, ovvero della progettazione che mette realmente al centro il paziente. Fino ad oggi la ricerca del Pharma si è concentrata sulla relazione tra paziente e farmaco ascoltando primariamente clinici o centri specializzati. Ma il paziente non è la sua malattia e la sua esperienza è il prodotto del suo essere tante cose, ovvero dell’essere “persona”.

I programmi a supporto dei pazienti fanno proprio questo, integrano l’esperienza di cura permettendo alle persone di vivere meglio il periodo, più o meno lungo, del trattamento. Il farmaco diventa parte di un puzzle più ampio.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a una velocissima digitalizzazione dei servizi, come si è organizzato il patient centered design?

Il digitale ha sicuramente aiutato la crescita di servizi più efficaci e mirati rispetto alla patient experience. Ma bisogna prestare attenzione ad un tema molto diffuso, non solo in campo medico, che è quello di pensare alla tecnologia come alla panacea di tutti i mali. L’esperienza del paziente ci dice proprio questo: non tutti i pazienti sono uguali, i pazienti vivono reazioni ed emozioni diverse e non esistono soluzioni per tutte le stagioni.

Scegliere una strada rispetto ad altre deve essere il prodotto di una ricerca sui pazienti, condotta a 360 gradi sulla loro vite e solo allora si può pensare di progettare una app, un drone o un semplice sticker da frigo. L’esperienza va sempre ritagliata sulle persone e i loro scenari. Un po’ come quello che stiamo vivendo oggi: il distanziamento sociale non rende semplice esplorare l’universo quotidiano di altre persone, ancora di più se ammalate. Bisogna trovare nuove soluzioni, e qui il digitale ha aperto spazi infiniti per fare ricerca a casa dei pazienti, farcendo girare video o tenendo diari da mobile.

Niente più focus group, ma un ascolto attivo e profondo di persone con le loro storie, anche se necessariamente a distanza. Tutto questo è patient experience design.

 

Digital Health, gli strumenti digitali a supporto delle patologie respiratorie

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Lo scenario che si sta delineando in questi anni è quello di una crescente attenzione allo sviluppo degli strumenti di Digital Health, i quali mutano il ruolo degli attori healthcare e ampliano fortemente il perimetro di azione delle tecnologie attive in ambito sanitario. In particolare, aumenta la disponibilità di soluzioni destinate sia al benessere e alla prevenzione della collettività, che al controllo e al supporto continuativo dei pazienti affetti da patologie croniche da monitorare nel lungo periodo.

Nello specifico, l’asma, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), le fibrosi polmonari e le apnee del sonno sono solo alcune delle più comuni patologie respiratorie che hanno un peso rilevante sui Sistemi Sanitari Nazionali e sulla qualità di vita dei pazienti.

I bisogni di queste diverse categorie di pazienti possono essere soddisfatti fornendo loro soluzioni digitali che li supportino quando e dove necessario e che allo stesso tempo rappresentino delle vere e proprie sorgenti di dati. Sono questi ultimi, raccolti attraverso differenti strumenti digitali e contemperando tutti i vincoli e le previsioni normative, l’elemento fondamentale per alimentare sistemi analitici o algoritmi evoluti che siano in grado di trasformare il dato in conoscenza, evidenza ed impatto di valore e che possano supportare studi di Real World Evidence su ampia scala.

Le moderne soluzioni digital per il monitoraggio e la gestione delle cronicità respiratorie

 

Le patologie respiratorie e in particolare l’asma e le BPCO sono malattie croniche delle vie respiratorie che hanno un forte impatto sui pazienti, sulle loro famiglie e sulla società attestandosi al terzo posto nelle cause di morte in Italia rilevate dall’Istat. Una parte consistente di questi decessi non è da attribuire solo alla gravità della patologia, ma anche alla scarsa aderenza alla terapia o ad abitudini di vita e comportamenti non adeguati. Per supportare le sfide derivanti dalla gestione di questi aspetti sono state introdotte diverse soluzioni digitali che coadiuvano e integrano le terapie tradizionali grazie a dispositivi che, a differenza delle soluzioni precedentemnete reperibili, integrano le Application Program Interface (API) che consentono la trasmissione sicura e controllata di dati tra diversi dispositivi, piattaforme e ambienti cloud.

Esistono, infatti, soluzioni di supporto digitale che offrono dashboard online e combinano le rilevazioni di dispositivi quali spirometri, CPAP (Continuous Positive Airway Pressure) e altre strumentazioni con App e dataset, i quali aiutano sia il paziente nella gestione di un piano personalizzato di supporto alla propria terapia che il medico specialista fornendogli dati utili per poter osservare in tempo reale il decorso della patologia.

La raccolta automatica dei dati relativi al trattamento e all’aderenza, coadiuvata da connettività 4G, nonché dalle API presenti in dispositivi di nuova generazione, consente uno scambio sicuro e autorizzato di informazioni tra i diversi specialisti e attori healthcare permettendo un monitoraggio costante dei risultati e degli indicatori di salute. Una volta che questi dati vengono raccolti in piattaforme di Patient Relationship Management come ICARE Platform, possono essere elaborati e integrati con altre fonti di dati per creare dashboard olistiche e analytics dettagliati. Tutto ciò è la base che permette a team di Data Analyst specialisti, di fornire servizi di consulenza e analisi per avviare studi complessi e integrati di RWE.

Tuttavia, dalla soluzione digitale di supporto o accompagnamento al vero e proprio digital therapeutics lo scenario della digital health è ancora in profonda evoluzione e quelle elencate sono solo alcune delle soluzioni esistenti per supportare queste patologie croniche.

L’utilizzo di PROM e PREM nei Patient Support Program

PROM e PREM

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Come si può valutare in modo oggettivo la qualità dell’assistenza? Quali possono essere i mezzi per monitorare l’andamento del patient journey e ottimizzare i servizi forniti?

 

Sia i Patient-reported outcome measures (PROM) che i Patient-reported experience measures (PREM) possono essere dei validi strumenti per misurare rispettivamente il punto di vista dei pazienti sul proprio stato di salute e la loro esperienza durante le cure.

I PROM sono delle misure di esito riportate direttamente dal paziente utilizzate per indagare la percezione che quest’ultimo ha sul suo stato di salute, il livello percepito di menomazione, la disabilità e la qualità della vita correlata alla salute: valutano, per esempio, i sintomi e il dolore, l’ansia, il livello di depressione e il grado di affaticamento. I PREM invece, sono questionari che misurano la percezione dei pazienti rispetto alla loro esperienza durante la ricezione delle cure. Possono considerare aspetti quali la qualità della comunicazione, il supporto ottenuto per la gestione delle condizioni a lungo termine o ancora il tempo trascorso in attesa di ricever l’assistenza e la facilità di accesso a quest’ultima.

Sia i PROM che i PREM sono scale certificate che possono avere un’applicazione più generica oppure possono essere strutturati per indagare gli outcomes di una specifica famiglia di patologie.

 

 

I PSP come ambito di applicazione dei Patient-reported outcome/experience measures

 

Da anni utilizzati in sanità per la valutazione delle cure ospedaliere e nell’ambito dei trial clinici, i PREM e i PROM hanno trovato largo impiego negli studi di Real word evidence e anche all’interno dei Patient Support Program possono assumere una valenza strategica, per vari aspetti, quali:

  • Dimostrare il valore del PSP stesso ed essere quindi in grado di comunicarlo in maniera oggettiva agli Specialisti per fornire loro strumenti di valutazione che monitorano l’andamento del trattamento;
  • Ottimizzare i servizi forniti e ridisegnare il patient journey secondo le aspettative e i need dei pazienti;
  • Nello specifico dei PREM, per costruire un benchmark tra i diversi provider di PSP fondato su dati oggettivi.

In merito all’ultimo punto ci sono PSP di monitoraggio che prevedono l’utilizzo di scale, come la Morisky o l’ARMS, che consentono al Clinico di valutare in maniera oggettiva l’aderenza al trattamento. Esistono anche scale quali la PHE (Patient Health Engagement) che, utilizzate nell’ambito di PSP di training, consentono di personalizzare l’assistenza sulla base del coinvolgimento del paziente nella gestione della propria terapia. O ancora, vi sono altri questionari come il EQ-5D che consentono di misurare la qualità di vita percepita dal paziente nel corso del trattamento.

Healthcare Network Partners ciclicamente ogni due anni realizza delle analisi di patient-satisfaction; in una di queste analisi è emersa una lacuna nel servizio di assistenza durante i periodi in cui il paziente è in viaggio. Solo così è stato possibile sperimentare una componente di programma che ora consente ai pazienti in vacanza o in trasferta per lavoro di ricevere il trattamento esattamente come al proprio domicilio.

 

 

PREMs e PROMs, limiti e confini da considerare

 

Sebbene l’utilizzo di queste scale possa rappresentare un’importante opportunità per il mondo healthcare e non solo, è necessario considerare alcuni aspetti per evitare di incappare in errori nella raccolta dei dati e per attenersi alla normativa di riferimento.

In primo luogo, affinché i PREM e i PROM possano avere una loro validità, devono prevedere una modalità di somministrazione e raccolta del dato che non condizioni il paziente, quindi privo di bias. Inoltre, l’utilizzo di queste scale all’interno dei PSP deve essere coerente agli scopi del programma di supporto e non può costituire la base per degli studi osservazionali, regolati da differenti procedure e sottostanti alla normativa sulla privacy in vigore.

Con consapevolezza dei rischi, ma soprattutto delle opportunità legate all’utilizzo di questi strumenti, anche nell’ambito dei Programmi di supporto al paziente nel panorama sanitario italiano, la tendenza è quella di incrementare gli investimenti nei PROMs e nei PREMs per implementare validati metodi di raccolta dei dati a livello aggregato e conseguentemente riuscire a valutare e valorizzare tali strumenti nell’ambito dell’assistenza sanitaria fornita.

 

 

 

Telemedicina, l’evoluzione normativa e tecnica

telemedicina

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La telemedicina è un concetto ampio che racchiude un insieme di attori, metodologie, strumenti e tecnologie; che rivelano il loro effettivo potenziale solo quando si trasformano in un atto di diagnosi e cura.

Negli ultimi mesi è diventato un tema di rilevanza mediatica e ha “risvegliato” l’interesse di una parte degli addetti ai lavori in seguito alle restrizioni riguardanti la mobilità generale e l’accesso ai presidi di cura, introdotte nelle varie fasi di gestione della pandemia da Covid-19.

Anche analizzando i risultati di Google trendslo strumento che misura le ricerche effettuate sul popolare motore di ricerca – si può notare come in Italia si sia effettivamente verificato un picco di interesse sul tema della telemedicina nel periodo che va dal 22 marzo al 23 maggio di quest’anno che coincide esattamente con la fase di lockdown durante la quale, alle normali visite in presenza, sono state affiancate, ove possibile, soluzioni “da remoto”.

 

I passaggi chiave dell’evoluzione normativa 

Il percorso normativo che ha portato allo sviluppo della telemedicina in Italia ha radici profonde, ma gli atti più recenti sono quelli che hanno dato la maggiore spinta all’effettiva implementazione.

Tra questi, vale la pena evidenziare alcuni passaggi chiave: già nel luglio del 2012 l’Assemblea generale del Consiglio Superiore di Sanità approva le Linee di indirizzo nazionali sulla telemedicina e, due anni dopo, nel 2014, la Conferenza Stato-Regioni sancisce l’Intesa sulle Linee di indirizzo.

Negli ultimi 12 mesi, ci sono stati diversi cambiamenti sia a livello nazionale che regionale. L’ISS (Istituto Superiore di Sanità) ad aprile ha fornito le indicazioni ad interim per i servizi assistenziali di telemedicina durante l’emergenza sanitaria. Nella fattispecie il documento fa da supporto alla realizzazione di servizi in telemedicina durante l’emergenza COVID-19, offrendo indicazioni, individuando problematiche operative e proponendo soluzioni. Inoltre, molte delle regioni italiane, tra le quali anche: Lazio, Piemonte, Lombardia, Veneto e  Sardegna, hanno incluso le prestazioni di telemedicina nei propri tariffari regionali.

Queste basi, benché imperfette, sono sufficienti a costituire il punto di partenza a cui associare i finanziamenti necessari e un’effettiva capacità esecutiva per rendere la telemedicina uno strumento accessibile in maniera estesa.

Il punto d’incontro si raggiungerà facendo convergere queste iniziative con il Fascicolo Sanitario Elettronico e rendendole uniformemente disponibili su scala nazionale.

 

Telemedicina specialistica, definizioni e classificazioni

In Italia la normativa prevede una classificazione a più livelli che tiene conto dell’ambito, del tipo di patologia, del ruolo del paziente e delle relazioni tra i diversi attori.

Vi sono diverse modalità attuative nell’ambito dell’assistenza sanitaria, tra queste: la televisita, il teleconsulto e la telecooperazione.

Si può definire “televisita” il momento in cui il medico interagisce con il paziente a distanza per effettuare controlli periodici, valutazioni dei referti con il supporto eventuale del caregiver e, in caso di necessità, prescrizione di farmaci o cure. Durante la televisita un operatore sanitario che si trovi vicino al paziente, può assistere il medico. Se tale visita anche a distanza garantisce tutti i requisiti di quella erogata in presenza, può essere considerata come prestazione specialistica ai sensi della normativa vigente.
Il collegamento deve consentire di vedere e interagire con il paziente e deve avvenire in tempo reale o differito. Il “teleconsulto”, invece, è un’indicazione di diagnosi e/o di scelta di una terapia che non prevede la presenza fisica del paziente. Si tratta di un momento di consulenza a distanza fra medici e, come quella effettuata in presenza, non necessita di una remunerazione a prestazione, pertanto di una tariffa ad hoc.

Per “telecooperazione” si intende l’assistenza fornita da un medico (o altro operatore sanitario) ad un altro medico (o operatore sanitario) impegnato in un atto sanitario. Il termine viene utilizzato anche per la consulenza fornita a quanti prestano un soccorso d’urgenza

 

Le finalità e i fattori abilitanti

Monitoraggio regolare dei pazienti, prevenzione secondaria, nonché facilità di movimento delle informazioni diagnostiche e regolare valutazione dell’adempimento prognostico: le finalità della telemedicina sono molteplici e, come suggeriscono le Linee di indirizzo del Ministero della Salute, toccano i diversi momenti del patient journey dalla diagnosi all’assistenza terapeutica con i controlli periodici e i monitoraggi necessari.

Per esempio, gli strumenti di telemedicina possono essere utilizzati per agevolare l’iter diagnostico soprattutto per quel che riguarda il passaggio materiale dei referti, molto spesso legato al movimento fisico del paziente. Per coloro, invece, ai quali già stata diagnosticata una patologia, la telemedicina può rivelarsi utile per garantire la continuità del monitoraggio e dei controlli periodici dei parametri vitali.

Alla luce di quelli che sono i vantaggi appena elencati, per rendere concretamente adottabile la telemedicina è necessario che la classe medica, i provider e tutti gli stakeholder inizino a dotarsi di competenze legali, relazionali, comunicative e tecnologiche in grado di rispondere efficacemente a tale cambiamento.

Per esempio, la formazione può giocare un ruolo fondamentale soprattutto per coloro che devono utilizzare la telemedicina: da questo la scelta di alcune Pharma di offrire percorsi educazionali per esplorare i vari aspetti di quest’ultima.

In parallelo, anche le dotazioni tecnologiche dei professionisti healthcare dovranno essere allineate con le esigenze della telemedicina guardando alle opportunità offerte dalle innovazioni digitali.

Trovare alternative alle visite in presenza rimarrà un punto cruciale, una sfida da affrontare anche nel prossimo futuro, una necessità per ridurre le potenziali occasioni di contagio e per agevolare e contingentare gli accessi alle strutture ospedaliere e ambulatoriali.

 

 

 

 

 

 

Covid-19, la sfida di HNP per tutelare la salute del proprio team e dei pazienti supportati

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Come si può garantire la business continuity salvaguardando la salute dei lavoratori e dei loro assistiti?

In ambito sanitario, rispondere a questo interrogativo significa trovare il modo di continuare a fornire i servizi essenziali mettendo in atto le possibili azioni volte a mitigare i rischi.

Per questo i provider di programmi di supporto devono essere allo stesso tempo veloci e compliant nell’adattare i protocolli di sicurezza necessari per salvaguardare i propri healthcare professionals, i pazienti e i loro caregivers.

Linee guida il più possibile chiare e una comunicazione efficace e continua. Sono questi i due pilastri su cui HNP ha basato la sua strategia garantendo l’erogazione di programmi di supporto al paziente durante il periodo di lockdown e nei mesi successivi.

 

Resilienza e comunicazione quali linee guida per garantire la continuità assistenziale

 

Healthcare Network Partners ha da subito affrontato i rischi connessi alla pandemia attuando protocolli e definendo linee guida che consentissero ai propri operatori di proseguire la loro attività sul territorio in sicurezza. Una forte attenzione sull’utilizzo di adeguati DPI, la formazione e la sensibilizzazione rispetto alle procedure degli operatori, lo sviluppo di canali di comunicazione con i pazienti, favorendo lo smart working e il supporto a distanza dove possibile ha garantito la continuità assistenziale che oggi più che mai ricopre un ruolo essenziale in ambito sanitario.

Un gruppo di professionisti specializzati in diversi ambiti, in un processo di miglioramento continuo, ha unito le competenze per delineare strategie integrate da attuare tempestivamente e, grazie al confronto e alla continua raccolta di feedback dagli operatori, si è proceduto a modificare e adattare i protocolli per prevenire e rispondere al meglio allo stato di emergenza cercando di rafforzare ove possibile la resilienza dell’organizzazione.

La comunicazione, poi, ha giocato un ruolo fondamentale in questi mesi. La comunicazione interna è stata volta sin dalle prime settimane a responsabilizzare i propri operatori sottolineando l’importanza del rispetto dei protocolli e delle disposizioni che individuano nell’attento utilizzo dei DPI necessari da parte sia degli operatori sia dei pazienti uno degli aspetti fondamentali, aumentando la consapevolezza sulla prevenzione dei rischi.

L’ impegno collettivo – che vede operatori e pazienti farsi carico delle proprie responsabilità è indirizzato verso un unico obiettivo: quello di garantire la continuità assistenziale tutelando la salute di tutti. Proprio questo ha permesso di superare il rischio di irrigidire il servizio, rafforzando quel rapporto umano e di fiducia tra operatore e paziente che da sempre caratterizza i programmi di home treatment.

Al fine di favorire il benessere degli operatori chiamati a lavorare in situazioni di crescente stress è stato attivato anche un supporto psicologico volto ad aiutare a gestire l’incertezza crescente.

Invece, la comunicazione esterna con gli stakeholder è stata determinante per mantenere e rafforzare un allineamento continuo rispetto alle scelte messe in campo durante questi mesi. In particolare, la comunicazione con l’autorità sanitaria è stata gestita per facilitare il tempestivo rilevamento dei casi sospetti, quale elemento necessario per continuare a garantire la sicurezza di tutti, dentro e fuori la rete di HNP.

 

#NoidiHNPciVacciniamo

 

Affianco alle misure che regolamentano l’attività degli operatori sul territorio, HNP ha avviato una campagna di sensibilizzazione rivolta a tutti i dipendenti e collaboratori volta a sostenere la diffusione del vaccino quale mezzo sicuro ed efficace per prevenire l’influenza e per ridurne le possibili complicanze.

In tal senso Sara Masi, HR Manager di Healthcare Network Partners, sottolinea: “In questi mesi HNP sta cercando in tutti i modi di essere vicina ai suoi dipendenti e collaboratori, mettendo al primo posto la salute di tutti coloro che lavorano con un’attenta e puntuale mitigazione del rischio in rapporto a una gestione della continuità del servizio più capillare possibile”.  Inoltre specifica Chiara Musiani, HR Specialist: “Allo stesso tempo grazie all’introduzione dello smart working il personale della sede ha operato in sicurezza continuando a supportare gli operatori sul territorio. Anche se con qualche difficoltà iniziale, lo smart working ci ha permesso di sperimentale un nuovo modo di lavorare, focalizzato sugli obiettivi, che andremo a promuovere anche in futuro.”

 

Tutto questo ha permesso ad Healthcare Network Partners di rispondere prontamente anche all’incremento di lavoro conseguente alla richiesta di attivazione di nuovi programmi di supporto, senza mai smettere di mettere al primo posto la salute del proprio team, di tutti i collaboratori e dei pazienti.