Telemedicina, l’evoluzione normativa e tecnica

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La telemedicina è un concetto ampio che racchiude un insieme di attori, metodologie, strumenti e tecnologie; che rivelano il loro effettivo potenziale solo quando si trasformano in un atto di diagnosi e cura.

Negli ultimi mesi è diventato un tema di rilevanza mediatica e ha “risvegliato” l’interesse di una parte degli addetti ai lavori in seguito alle restrizioni riguardanti la mobilità generale e l’accesso ai presidi di cura, introdotte nelle varie fasi di gestione della pandemia da Covid-19.

Anche analizzando i risultati di Google trendslo strumento che misura le ricerche effettuate sul popolare motore di ricerca – si può notare come in Italia si sia effettivamente verificato un picco di interesse sul tema della telemedicina nel periodo che va dal 22 marzo al 23 maggio di quest’anno che coincide esattamente con la fase di lockdown durante la quale, alle normali visite in presenza, sono state affiancate, ove possibile, soluzioni “da remoto”.

 

I passaggi chiave dell’evoluzione normativa 

Il percorso normativo che ha portato allo sviluppo della telemedicina in Italia ha radici profonde, ma gli atti più recenti sono quelli che hanno dato la maggiore spinta all’effettiva implementazione.

Tra questi, vale la pena evidenziare alcuni passaggi chiave: già nel luglio del 2012 l’Assemblea generale del Consiglio Superiore di Sanità approva le Linee di indirizzo nazionali sulla telemedicina e, due anni dopo, nel 2014, la Conferenza Stato-Regioni sancisce l’Intesa sulle Linee di indirizzo.

Negli ultimi 12 mesi, ci sono stati diversi cambiamenti sia a livello nazionale che regionale. L’ISS (Istituto Superiore di Sanità) ad aprile ha fornito le indicazioni ad interim per i servizi assistenziali di telemedicina durante l’emergenza sanitaria. Nella fattispecie il documento fa da supporto alla realizzazione di servizi in telemedicina durante l’emergenza COVID-19, offrendo indicazioni, individuando problematiche operative e proponendo soluzioni. Inoltre, molte delle regioni italiane, tra le quali anche: Lazio, Piemonte, Lombardia, Veneto e  Sardegna, hanno incluso le prestazioni di telemedicina nei propri tariffari regionali.

Queste basi, benché imperfette, sono sufficienti a costituire il punto di partenza a cui associare i finanziamenti necessari e un’effettiva capacità esecutiva per rendere la telemedicina uno strumento accessibile in maniera estesa.

Il punto d’incontro si raggiungerà facendo convergere queste iniziative con il Fascicolo Sanitario Elettronico e rendendole uniformemente disponibili su scala nazionale.

 

Telemedicina specialistica, definizioni e classificazioni

In Italia la normativa prevede una classificazione a più livelli che tiene conto dell’ambito, del tipo di patologia, del ruolo del paziente e delle relazioni tra i diversi attori.

Vi sono diverse modalità attuative nell’ambito dell’assistenza sanitaria, tra queste: la televisita, il teleconsulto e la telecooperazione.

Si può definire “televisita” il momento in cui il medico interagisce con il paziente a distanza per effettuare controlli periodici, valutazioni dei referti con il supporto eventuale del caregiver e, in caso di necessità, prescrizione di farmaci o cure. Durante la televisita un operatore sanitario che si trovi vicino al paziente, può assistere il medico. Se tale visita anche a distanza garantisce tutti i requisiti di quella erogata in presenza, può essere considerata come prestazione specialistica ai sensi della normativa vigente.
Il collegamento deve consentire di vedere e interagire con il paziente e deve avvenire in tempo reale o differito. Il “teleconsulto”, invece, è un’indicazione di diagnosi e/o di scelta di una terapia che non prevede la presenza fisica del paziente. Si tratta di un momento di consulenza a distanza fra medici e, come quella effettuata in presenza, non necessita di una remunerazione a prestazione, pertanto di una tariffa ad hoc.

Per “telecooperazione” si intende l’assistenza fornita da un medico (o altro operatore sanitario) ad un altro medico (o operatore sanitario) impegnato in un atto sanitario. Il termine viene utilizzato anche per la consulenza fornita a quanti prestano un soccorso d’urgenza

 

Le finalità e i fattori abilitanti

Monitoraggio regolare dei pazienti, prevenzione secondaria, nonché facilità di movimento delle informazioni diagnostiche e regolare valutazione dell’adempimento prognostico: le finalità della telemedicina sono molteplici e, come suggeriscono le Linee di indirizzo del Ministero della Salute, toccano i diversi momenti del patient journey dalla diagnosi all’assistenza terapeutica con i controlli periodici e i monitoraggi necessari.

Per esempio, gli strumenti di telemedicina possono essere utilizzati per agevolare l’iter diagnostico soprattutto per quel che riguarda il passaggio materiale dei referti, molto spesso legato al movimento fisico del paziente. Per coloro, invece, ai quali già stata diagnosticata una patologia, la telemedicina può rivelarsi utile per garantire la continuità del monitoraggio e dei controlli periodici dei parametri vitali.

Alla luce di quelli che sono i vantaggi appena elencati, per rendere concretamente adottabile la telemedicina è necessario che la classe medica, i provider e tutti gli stakeholder inizino a dotarsi di competenze legali, relazionali, comunicative e tecnologiche in grado di rispondere efficacemente a tale cambiamento.

Per esempio, la formazione può giocare un ruolo fondamentale soprattutto per coloro che devono utilizzare la telemedicina: da questo la scelta di alcune Pharma di offrire percorsi educazionali per esplorare i vari aspetti di quest’ultima.

In parallelo, anche le dotazioni tecnologiche dei professionisti healthcare dovranno essere allineate con le esigenze della telemedicina guardando alle opportunità offerte dalle innovazioni digitali.

Trovare alternative alle visite in presenza rimarrà un punto cruciale, una sfida da affrontare anche nel prossimo futuro, una necessità per ridurre le potenziali occasioni di contagio e per agevolare e contingentare gli accessi alle strutture ospedaliere e ambulatoriali.

 

 

 

 

 

 

Patient Data: impostare un approccio data-driven nei servizi ai pazienti

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In uno scenario in cui l’idea di valore generato coincide sempre di più con la capacità di raggiungere dei buoni risultati clinici e massimizzare il rapporto costo/beneficio, la raccolta e l’analisi dei dati durante il patient journey diventa uno degli elementi cardine dell’industria farmaceutica per le proprie strategie di posizionamento.

Pertanto, quando si struttura un servizio al paziente, è importante focalizzare l’attenzione anche sulle opportunità che possono derivare dai dati raccolti all’interno del modello di servizio strutturato e sui Key Performance Indicator (KPI) necessari a dimostrare la validità dello stesso.

Questo approccio data-driven si delinea nella fase di design del servizio, valutando:

  • quali dati è possibile o meno collezionare all’interno del modello proposto;
  • quali sono i touchpoints da cui si può raccogliere il dato;
  • come uniformare la struttura dei dati raccolti lungo il patient journey nei diversi Paesi in cui il servizio viene svolto;
  • quali sono gli strumenti più adeguati per raccogliere il dato tutelando la privacy del paziente.

Successivamente, focalizzandosi sugli obiettivi di valorizzazione del dato che ci si è posti, è possibile valutare se parallelamente al set-up del servizio, sia necessario procedere all’attivazione di uno studio osservazionale.

Strumenti di raccolta, gestione e condivisione del dato

Per collezionare, organizzare e analizzare i dati, in molti settori, sta diventando indispensabile dotarsi di una piattaforma tecnologica capace di integrare e gestire grandi quantità di dati di fonti diverse. O ancora di altri strumenti, specifici per il mondo healthcare, come i PRM (Patient Relationship Management) che aggregano e consolidano i dati dei pazienti provenienti da una varietà di sistemi informativi diversi, facilitando e coordinando comunicazioni, messaggi e istruzioni.

HNP a questo proposito ha scelto di dotarsi di una propria piattaforma, iCare Platform, disegnata in accordo con i principi della privacy “by design” e “by default”, certificata ISO 27001 e che consente l’integrazione dei dati provenienti da device di monitoraggio, app, web sites, contact center e messagistica.

È sulla possibilità di personalizzare questa piattaforma in base ai differenti modelli di servizio ai pazienti implementati, che si fonda l’opportunità di raccogliere il dato secondo la data-driven strategy impostata in fase di design. In questo modo, nonostante l’origine differenziata e l’eterogeneità delle informazioni, è possibile trasformare ed elaborare il dato per ottenere una visione olistica d’insieme utilizzabile come base comune per diverse tipologie di analisi ed estrarre il significato sottostante al dato grezzo.

Come si collezionano i dati? L’accesso alla piattaforma può essere per esempio concesso ai Medici Specialisti di riferimento che possono utilizzarli per monitorare l’andamento dello stato di salute del proprio assistito e favorire decisioni cliniche più efficienti, all’intero team di cura del paziente (reparti specialistici o MMG), spesso afferenti a strutture sanitarie differenti, per garantire un percorso di cura puntuale e integrato. Inoltre, i dati raccolti potrebbero, in seguito ad un opportuno consenso del paziente, essere condivisi con tutta la comunità scientifica e il mondo della ricerca. Questo aspetto diventa particolarmente rilevante per le malattie rare in cui la numerica dei pazienti è molto bassa e la condivisione del dato rappresenta una delle poche opportunità di ottimizzare i percorsi di cura.

Impostare un approccio data-driven nei servizi ai pazienti significa investire sul futuro. Già dalla fase di service design, infatti, si può vedere come il dato rappresenti un’opportunità importante per i diversi attori del mondo sanitario che deve essere gestita da professionisti capaci di raccogliere, integrare e condividere i dati per sfruttare al meglio la loro valenza informativa rispettando la normativa sulla privacy e tutelando i pazienti.

Il digitale a supporto della terapia: cosa abbiamo imparato dal COVID-19

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Come avremmo vissuto il lockdown se fosse capitato 10 o 20 anni fa? Grazie all’accessibilità e alla facilità di utilizzo di strumenti tecnologici in grado di accorciare le distanze, molte persone sono riuscite a consultare il proprio medico, a continuare a lavorare e studiare, nonché a rimanere in contatto con i propri affetti.

Ed ecco che ogni dispositivo digitale è diventato il mezzo con cui annullare le distanze, specialmente nel settore healthcare. Skype, Facetime, Whatsapp, Zoom, Meet sono stati solo alcuni degli strumenti che hanno riempito le nostre giornate permettendo di mantenerci connessi, proseguire le nostre attività di lavoro, ma soprattutto rendere possibile la continuità delle cure. Nel mondo healthcare infatti questi strumenti digitali, indipendentemente da quelle che erano le indicazioni iniziali, sono stati ampiamenti usati “off-label” con grande beneficio di operatori e pazienti. Questi ultimi si sono resi conto che gli strumenti digitali, videoconsulto / videovisita in primis, sono accessibili, dove serve, quando serve, in maniera tempestiva e conveniente, consentono di garantire una continuità operativa e terapeutica mai immaginata prima.

Una recente pubblicazione ha analizzato come l’erogazione delle cure primarie in Catalogna e l’inversione del numero delle visite tra l’incontro “Face-to-Face” e il teleconsulto sono mutati in maniera repentina e drastica durante il primo mese e mezzo di lockdown.

I progetti del mondo farmaceutico per supportare la trasformazione digitale

Questa veloce evoluzione non è rimasta inosservata dal mondo farmaceutico che immediatamente ha avviato, in collaborazione con provider qualificati, progetti per supportare questa trasformazione digitale con azioni sia tecnologiche che educazionali a beneficio dei principali stakeholders: pazienti e medici.

Per applicare al meglio i protocolli di prevenzione e per ridurre i rischi legati allo spostamento delle persone, molti servizi offerti dalle strutture mediche sono stati ripensati per permettere ai pazienti di incontrare il proprio Specialista di riferimento con una videochiamata, senza necessariamente recarsi di persona in ambulatorio. Per quanto riguarda il PSP, sono stati messi in atto protocolli per minimizzare il contatto utilizzando le stesse videochiamate o, laddove la popolazione non sia tecnologicamente preparata, delle chiamate telefoniche.

Globale e locale, una risposta integrata  

La magnitudine di questa rivoluzione digitale è stata tale da provocare anche una risposta veloce del mondo della Pubblica Amministrazione: la regione Toscana e il Veneto hanno deliberato atti di adozione e inserimento delle prestazioni eseguibili in Telemedicina nel Nomenclatore Tariffario Regionale equiparandole, nei fatti, alle prestazioni erogate in maniera tradizionale.

Tuttavia, questa situazione ha fatto emergere l’importanza di affiancare a un’azione mirata locale, una risposta integrata più ampia che coinvolgesse più Stati nel Mondo.

Per questo motivo, provider qualificati dal know-how internazionale si sono rivelati perni fondamentali per garantire soluzioni digitalizzate nel rispetto delle normative vigenti nei diversi territori.

Una spinta verso il futuro?

Chatbot, visite online, videoconferenze, webinar e geolocalizzazione. Sono solo alcune delle opportunità date dai servizi IT e che il mondo helthcare può introdurre in uno slancio verso un futuro che porti a benefici tangibili. Le relazioni tra medico, paziente, infermieri e Associazioni, non potranno che essere guidate alla luce di quelle che sono le offerte tecnologiche dell’ultimo decennio.

I risultati di questi importanti passi verso un’apertura del Sistema Salute a un utilizzo massiccio delle tecnologie saranno visibili solo nel tempo, ma quello che conta è che la tecnologia abbia permesso di portare avanti la continuità di cura in un momento sofferente come quello generato dal Covid-19.

 

Digital health, la rivoluzione digitale della sanità al tempo del COVID-19

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Chatbot, visite online, videoconferenze, webinar e geolocalizzazione. Durante l’emergenza COVID-19 il mondo healthcare si affida alle opportunità offerte dai servizi digitali per garantire la continuità operativa nel rispetto della sicurezza di medici e pazienti.

In prima linea a fronteggiare l’emergenza Coronavirus ci sono medici, infermieri e operatori che insieme a tante altre figure professionali del panorama sanitario, stanno cercando di assicurare le cure adeguate a tutte le persone che ne hanno bisogno.

Compito molto difficile in un momento come questo. L’accesso limitato a dispositivi di protezione individuale come mascherine, guanti e occhiali protettivi, la necessità di continuare percorsi terapeutici fondamentali per alcune categorie di pazienti e la volontà di contrastare il diffondersi di questo virus con tutti i mezzi possibili, hanno portato gli operatori del mondo healthcare ad approfondire e a sperimentare l’utilizzo di alcune tecnologie digitali.  Tra queste vi sono le videoconferenze, le visite online, i chatbot e i webinar che già in molti contesti lavorativi sono ampiamente adottati, ma in questa situazione contingente si sono rivelati elemento di svolta per affrontare questa emergenza.

La tecnologia per essere vicini da remoto

Ci sono dei percorsi terapeutici che devono essere effettuati in presenza, ma esistono molti altri servizi e programmi di supporto alla persona che possono essere mantenuti attivi sfruttando i servizi digitali di connessione da remoto e i software per webinar e videoconferenze.

“La mia professionalità è ancora a loro disposizione, ma a distanza. Per proteggerli – così racconta Sarah, infermiere di home therapy che segue alcuni pazienti in programmi di home training e monitoraggio-. Devo spiegare loro che per un po’ non ci vedremo, ma che ci sentiremo e che sono sempre a loro disposizione, solo dietro a un telefono”.

Per applicare al meglio i protocolli di prevenzione e per ridurre i rischi legati allo spostamento delle persone, molti servizi offerti dalle strutture mediche e numerosi Programmi di Supporto al Paziente sono stati ripensati per permettere ai pazienti di incontrare il proprio Specialista di riferimento con una videochiamata, senza necessariamente recarsi di persona in ambulatorio. Per quanto riguarda il PSP, sono stati messi in atto protocolli per minimizzare il contatto utilizzando le stesse videochiamate o, laddove la popolazione non sia tecnologicamente preparata, delle chiamate telefoniche.

Gli Informatori Scientifici del Farmaco e gli Informatori Scientifici che per lavoro vanno abitualmente da ambulatorio ad ambulatorio e da ospedale a ospedale per incontrare medici, farmacisti e altri operatori, oltre al pericolo del contagio possono diventare loro stessi fonte di diffusione del virus. Per questo motivo molte case farmaceutiche hanno dovuto fermare le trasferte e gli spostamenti dei propri informatori. Tuttavia, i rapporti che questi ultimi hanno con i medici non possono interrompersi, rimanere in contatto è fondamentale. Per farlo, però, è necessario cambiare le modalità di comunicazione e formazione tradizionali. Agli incontri di persona potranno sostituirsi webinar e strumenti di eLearning che permetteranno agli Informatori di continuare a svolgere il loro lavoro senza andare di persona negli studi medici e nei reparti.

Inoltre, in questo momento di emergenza e quarantena forzata per la maggior parte delle persone, sono tanti i publisher e le società scientifiche nazionali e internazionali che stanno mettendo a disposizione gratuitamente contenuti scientifici fruibili online. Si tratta di un passo importante verso una ricerca più accessibile e aperta.

I chatbot per riconoscere i sintomi e adottare i comportamenti corretti

Un Chatbot è un software capace di conversare con un utente in linguaggio naturale, comprendendone le intenzioni e rispondendo secondo le linee guida e i dati di cui dispone.

Per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, dal 7 marzo la Regione Lombardia ha messo a disposizione sul proprio portale un Chatbot che permette di accedere a un percorso guidato il quale, rispetto ai sintomi selezionati, porta alla scelta delle azioni più corrette da compiere, sulla base delle linee guida del Ministero della Salute e degli organi internazionali preposti alla gestione dell’emergenza.

Un mezzo che permette un contatto immediato e diretto per chi è in cerca di informazioni veloci e validate.

La stessa OMS sta lanciando proprio in queste giornate un servizio di messaggistica in partnership con Facebook e Whatsapp che serve per dare risposte alle persone in merito all’emergenza Coronavirus.

 Geolocalizzazione e Big Data per contrastare la diffusione del COVID-19

Utilizzare i Big Data e gli strumenti di geolocalizzazione per valutare velocemente l’effetto delle misure non farmacologiche di contenimento della diffusione del COVID-19 come la riduzione della mobilità e l’incremento della distanza sociale, è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell’ISI di Torino in collaborazione con la società Cuebiq, specializzata in analisi di big data.

Come spiega ai microfoni di diverse testate giornalistiche, Michele Tizzoni dell’ISI Torino, da quando è iniziata l’emergenza (verso il 21 di febbraio) a ora, i ricercatori hanno ricostruito il calo verticale di movimenti e interazioni utilizzando i dati anonimizzati ricavati da alcune applicazioni di uso comune. In questo modo, sono riusciti a costruire grafici e analisi statistiche dell’effetto delle misure attuate dal governo italiano. A questa ricerca si aggiungono numerose proposte di applicazioni in grado di mappare i movimenti degli italiani e l’insorgere di focolai, che stanno arrivando sul tavolo del ministero dell’Innovazione e che la polizia Postale e il Garante della Privacy dovranno valutare in materia di tutela dei dati personali.

Medici e informatici diventano quindi un team unico per cercare di garantire sistemi efficienti, efficaci e sicuri, che riescano a tenere sotto controllo il sovraccarico in momenti di picco come questi, senza però perdere la propria flessibilità.

Tante ancora sono le opportunità offerte dai servizi IT e che il mondo helthcare può introdurre in uno slancio verso un futuro che porti a benefici tangibili rapidamente adottati.

Video tutorial personalizzati per aumentare l’engagement del paziente

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In che modo i contenuti audiovisivi interattivi e personalizzati possono aiutare a migliorare il coinvolgimento del paziente nel suo processo di cura? L’evoluzione nei servizi di comunicazione dell’healthcare è racchiusa in un video tutorial che ti chiama per nome.

L’uomo ricorda il 10% di ciò che vede, il 20% di ciò che ascolta, il 50% di ciò che vede e ascolta e l’80% di ciò che vede, ascolta e fa. Questi i dati riportati dallo studioso Malcom Knoeles. Citando il report proposto da VISTA – participatory VIdeo and social Skills for Training disadvantaged Adults, il materiale audiovisivo, specialmente se unito ad un certo grado di interazione, garantisce le condizioni per una memorizzazione più rapida ed efficace.  Richiamare l’attenzione su elementi importanti, attivare schemi mentali preesistenti, minimizzare il carico cognitivo, supportare il trasferimento di conoscenze e rendere più interessante il percorso di apprendimento sono solo alcune delle funzioni psicologiche che giustificano il ricorso al video nell’educazione degli adulti.

Il video è molto più vicino alla realtà di quanto non sia un testo scritto. Il materiale audiovisivo presenta infatti una pluralità di codici, proprio come avviene nella vita quotidiana. Perché non sfruttare le possibilità offerte dai contenuti video anche nell’ambito dell’healthcare dove engagement del paziente, educazione e miglioramento dell’aderenza terapeutica rappresentano le chiavi del successo per offrire un servizio sanitario in grado di migliorarne davvero la qualità di vita? Offrire prodotti video personalizzati e interattivi, capaci di coinvolgerlo e fornirgli un supporto è uno degli obiettivi della comunicazione in ambito sanitario.

Storytelling, medicina narrativa e tutorial personalizzati

Secondo quanto riportato in un report di FNOPI, emerge che in generale il video tutorial è un mezzo tutt’ora poco utilizzato nell’ambito dell’educazione sanitaria nonostante possa essere uno strumento utile per comunicare informazioni riguardanti la salute, soprattutto per il target meno “sanitariamente” alfabetizzato.

Da qualche anno la produzione video legata al mondo sanitario ha visto emergere diverse forme di audiovisivi legati principalmente a contenuti di storytelling del paziente o di medicina narrativa. Si tratta di strumenti che lavorano di più su una sfera emozionale, che sono in grado di mostrare spaccati di vita dei pazienti e delle loro battaglie quotidiane.

I video, però, possono essere declinati anche in formati più pratici, educativi e informativi in grado di aumentare l’engagement del paziente e renderlo un protagonista attivo del suo percorso di cura. Una produzione audiovisiva di questo tipo può avere una pluralità di funzioni. Al semplice tutorial in formato “how to” si possono affiancare veri e propri prodotti audiovisivi in grado di aiutare il paziente passo dopo passo nelle procedure terapeutiche, offrendo un quadro completo della cura in grado di aumentare la consapevolezza. Con la stessa finalità, si possono creare contenuti video in cui un esperto rispettato e fidato condivide informazioni preziose sotto forma di intervista, simulando un dialogo faccia a faccia con il paziente.

Personalizzazione e interattività  

Le due parole chiave per produrre video facilmente fruibili, che offrano davvero l’informazione giusta al momento giusto e che siano realizzati su misura per ogni tipologia di paziente, sono: personalizzazione e interattività.  Chiamare per nome il fruitore del video, offrirgli uno scenario realisticamente coerente con la sua quotidianità e proporre contenuti prettamente utili al suo scopo, sono degli strumenti già ampiamente conosciuti nei settori B2C, ma che nella sanità rappresentano una sfida molto più complessa. Per produrre contenuti che parlino direttamente ai pazienti è necessario un grosso lavoro a livello scientifico, di raccolta dati e informazioni.

Immaginiamo un paziente che ha a disposizione, su un qualsiasi device, a portata di mano, un tutorial; In formato animato, semplice, personalizzato sulle sue esigenze e sulla sua ruotine, che gli spiega non solo i processi per l’assunzione della terapia, ma anche i canali per contattare i diversi attori del mondo sanitario. Sarebbe un ottimo prodotto da integrare con i servizi di supporto al paziente per aumentare la qualità di vita dello stesso.  Affinché il fruitore dei video possa ricevere i contenuti che predilige, è opportuno rendere le produzioni audiovisive più interattive possibile. Per esempio, le aree interattive che reindirizzano ad approfondimenti specifici, possono essere utili per un duplice motivo: permettono al paziente di ottenere in poco tempo le informazioni di cui ha bisogno senza perdite di tempo e registrano in tempo reale gli interessi del fruitore. In ogni momento decisionale del video, si possono raccogliere dati sugli spettatori. I contenuti interattivi permettono di utilizzare questi dati immediatamente per adattare il video e la strategia in tempo reale migliorando la User Experience nei confronti del servizio.

Dalla teoria alla pratica

Nonostante i video personalizzati e informativi rappresentino un campo ancora poco esplorato, esistono già alcuni contesti sanitari in cui sono stati sperimentati.

Per esempio, Capsuled è una scatola smart utilizzabile per diverse terapie in cui all’interno non è presente solo il farmaco: una parte dello spazio è dedicata a un monitor touchscreen su cui possono essere mostrate diverse tipologie di contenuti audiovisivi e interattivi.

Grazie a tutorial realizzati specificatamente sulla terapia da seguire, il paziente può accedere con semplicità e velocità a informazioni utili per mantenersi aderente.

Inoltre, personalizzare i video sulla base del fruitore che li guarderà è l’aspetto distintivo di alcune delle produzioni realizzate per promuovere i servizi offerti dagli studi clinici. Raccogliere poche e chiare informazioni sui diversi pazienti come età e nome, permette di differenziare i contenuti partendo da un background di base uguale per tutti a cui vengono aggiunti questi dettagli.

 

 

L’innovazione tecnologica nei Patient Support Program

Esplorare le possibilità dell’innovazione applicata ai programmi di supporto al paziente, comprendere in che modo i nuovi strumenti digitali possano aiutare a migliorare la qualità di vita delle persone, sono le sfide del presente. Un primo premio per l’innovazione e ancora tanti traguardi da raggiungere.

Una piattaforma digitale che aiuta il paziente a seguire il percorso terapeutico e a migliorare la propria aderenza al monitoraggio della terapia. Un punto di contatto in più tra paziente e neurologo, un sistema in grado di facilitare il monitoraggio degli esami da parte dello specialista, è questa la proposta alla base di LemGo, il programma che si rivolge ai pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante remittente, ritenuti idonei dal proprio neurologo.

E proprio a pochi giorni dalla settimana dedicata alla sclerosi multipla l’annuncio: il progetto, sviluppato da Sanofi Genzyme, divisione Specialty Care di Sanofi ed erogato da Healthcare Network Partners (HNP), ha vinto il premio “Innovazione in Sanità 2019” che la Fondazione San Camillo Forlanini offre ogni anno agli attori del mondo della sanità che sviluppano una proposta innovativa di alta qualità per l’assistenza al paziente.

LemGo è pensato per aiutare le persone con sclerosi multipla e i neurologi dei centri specializzati che li hanno in cura a migliorare l’aderenza al follow up, nel rispetto del Risk Management Plan (RMP), e la qualità di vita dei pazienti. Il PSP, completamente digitale, sfrutta le nuove possibilità offerte dalla tecnologia attraverso un servizio di remind che permette al paziente di rispettare gli appuntamenti per i controlli periodici e assicura la corretta trasmissione dei risultati degli esami al neurologo che lo assiste. Il PSP completamente digitale di LemGo sfrutta le nuove possibilità offerte dalla tecnologia

Innovare, ricercare e adattare le potenzialità offerte dal digitale al mondo dei servizi di supporto al paziente non è semplice, ma è fondamentale perseguire questo obiettivo per incrementare la qualità di vita delle persone aiutandole ad affrontare le difficoltà quotidiane nel modo più semplice e immediato possibile.

A raccontare in che modo un provider può affrontare questa sfida, lo stesso IT manager di HNP, Lorenzo Dina.

 L’innovazione tecnologica è in costante sviluppo, quanto è importante tradurre questa tendenza anche nel mondo dei Patient Support Program?

L’innovazione procede ad una velocità impensabile fino a qualche tempo fa e ci mette a disposizione strumenti, metodi e tecnologie maturi che sono ora facilmente accessibili sia in termini di diffusione che di costo. Tradurre la tendenza in componenti di servizio affidabili e applicabili anche ad un PSP è la mission della practice IT di HNP, creata nel 2018 per cogliere questa sfida. I PSP, se pur relativamente giovani, necessitano di un supporto sempre maggiore della tecnologia per ottimizzare i processi e la compliance, in modo da trasferire il maggior beneficio possibile al paziente che ne usufruisce.

In che modo un provider può aiutare un’azienda farmaceutica nel loro percorso di innovazione?

Il provider per la sua natura ha una struttura più snella di quella di un’azienda e per questo ha maggior libertà di azione nella sperimentazione e prototipazione su piccola scala di progettualità innovative. Dopo attenta validazione interna ed esterna le innovazioni possono essere scalate a vari livelli, inserite nei processi, introdurre vere e proprie piccole rivoluzioni in grado di abilitare servizi che diversamente rischierebbero di diventare obsoleti prima della loro introduzione nel mercato. Quando viene sposato quest’approccio il provider e l’azienda farmaceutica si sinergizzano a vicenda in una partnership dai benefici mutuali che hanno ricadute positive concrete sulla salute dei pazienti.

E il PSP LemGo in che modo si colloca nel concetto di innovazione di HNP?

L’innovazione è uno dei pilastri portanti di HNP e i continui investimenti nell’IT sono la dimostrazione tangibile di questo impegno. LemGo è il frutto di un lungo processo di progettazione partecipata tra i vari stakeholder, in un’ottica di scambio continuo e di ascolto che ha cambiato radicalmente le dinamiche classiche cliente – fornitore e ha introdotto più rapidamente, anche grazie ad una metodologia agile, le integrazioni necessarie a supportare i need raccolti sul campo durante il work in progress.

 Quale è la componente più innovativa di questo PSP?

LemGo è uno dei primi PSP digitali introdotti nel nostro Paese e il primo sviluppato da HNP per Sanofi Genzyme, divisione Specialty Care di Sanofi. Si occupa in modo innovativo di supportare i pazienti e i medici nel percorso di monitoraggio della terapia offrendo un sistema di remind e feedback multicanale dove ogni paziente può scegliere la modalità di contatto più vicina ai suoi bisogni. L’innovazione correttamente miscelata al contatto umano del nostro contact center fornisce il livello di servizio necessario a soddisfare la variegata demografia delle persone affette da Sclerosi Multipla.

Gli strumenti digitali a supporto dell’aderenza terapeutica

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“Cosa succede se mi dimentico di assumere il farmaco? E se sbaglio l’orario?” Le nuove tecnologie possono aiutare a migliorare l’aderenza terapeutica e l’awareness del paziente.

Sbagliare l’orario di assunzione della terapia per molti è una normalità. Tanti pazienti, in particolare quelli con malattie croniche, non assumono i farmaci prescritti con regolarità, senza rendersi conto che sottovalutare l’aderenza terapeutica può portare a conseguenze anche gravi.

Un sondaggio del 2017 dell’EngageMinds Hub Research Center dell’Università Cattolica di Milano, ha rilevato che, su un campione di 1.000 malati cronici, il 70% è risultato non aderente in maniera completa alla terapia.

La situazione dipende soprattutto dalla scarsa conoscenza che le persone hanno di queste tematiche. Infatti, molti pazienti italiani non sanno nemmeno cosa significhi aderire alla terapia e riconducono a questo concetto definizioni che sono parziali o completamente sbagliate. Alcuni, per esempio, associano erroneamente l’aderenza terapeutica alla reattività del corpo a una determinata cura.

Come si raggiunge l’aderenza terapeutica?

Schematicamente si può affermare che vi è aderenza terapeutica quando si effettua la prestazione terapeutica giusta, nel modo giusto, al momento giusto e al paziente giusto.

La prestazione terapeutica giusta

Per i pazienti, soprattutto quelli affetti da patologie croniche, la gestione delle terapie concomitanti è molto complessa. Calendarizzare in modo dettagliato gli orari di assunzione con distanze temporali precise ed evitare di confondersi tra una terapia e l’altra, sono le principali difficoltà che portano molte persone a non avere una buona aderenza.

Il mondo del digitale può fornire ai pazienti degli strumenti che li aiutano ad assumere con regolarità tutti i farmaci che sono stati prescritti loro. Tra i device che rispondono a questo bisogno si menziona SimpleMed+ dell’azienda israeliana Vaica: un dispenser automatico di pillole che può essere programmato di settimana in settimana, dividendo i farmaci da assumere in massimo 4 momenti della giornata (mattino, pomeriggio, sera, notte). Nel caso in cui una persona si dovesse dimenticare si assumere il farmaco, riceverà un avviso, un sms sul proprio telefono o un’email. L’aderenza viene quindi registrata dal dispositivo e poi trasferita in un cloud sicuro che registra tutti i momenti in cui il paziente assume la propria terapia.

Nel modo giusto

Scarsa praticità delle modalità di assunzione del farmaco, difficoltà nel ricordare i procedimenti corretti da svolgere o ancora poca conoscenza in materia di aderenza terapeutica portano i pazienti a commettere degli errori a volte anche gravi.

Proprio per aumentare l’awareness e l’engagement delle persone, come suggerito in Intervention to improve medication adherence, vi sono diverse possibilità di intervento.

Una di queste è la legata all’uso di dispositivi che consentono al paziente di avere accesso a veri e propri video educazionali fruibili in qualsiasi momento. Per esempio, il prodotto Capsuled di Vaica è una scatola digitale in cui all’interno, oltre alla terapia da dover assumere, è presente uno schermo interattivo attraverso il quale il paziente può accedere a veri e propri video tutorial sulla corretta assunzione e somministrazione del farmaco.

In aggiunta all’educazione tramite video, Capsuled permette al paziente di contattare direttamente il provider del patient support program con un semplice touch dello schermo.

Al momento giusto

Per ricordarsi di assumere la terapia al momento opportuno, un supporto utile può essere dato dai reminder che sempre più spesso sono integrati nei dispositivi utilizzati nel mondo dell’healthcare. Vibrazioni, progressioni sonore, luci lampeggianti, sms e telefonate aiutano le persone a rispettare le tempistiche terapeutiche.

Anche il device Capsuled ha integrata la funzione di promemoria per l’assunzione del farmaco. Se il paziente assume la terapia in tempo, questo dato viene immediatamente registrato, altrimenti la persona viene contattata tramite sms, email o chiamata telefonica.

Oltre a ricordarsi di assumere con regolarità la terapia, è fondamentale anche tenere monitorato lo stock di farmaco, nonché valutare le tempistiche di consegna e le modalità di trasporto dello stesso. Capsuled ha inserito una funzione che aiuta i pazienti a ricordarsi dell’approvvigionamento del farmaco tramite un apposito promemoria o avvisa il provider nel caso in cui sia incluso anche un servizio di consegna domiciliare.

Al paziente giusto

La maggior parte delle strumentazioni offerte per la cura del paziente, il suo follow-upe il suo engagement devono essere impostate sulla base delle necessità e delle attitudini dello stesso. Anche nel caso dell’aderenza terapeutica, la chiave per l’ottenimento dei risultati migliori è la possibilità di personalizzare gli strumenti che supportano il paziente.  Proprio per questo motivo, il prodotto Capsuled è un dispositivo basato sulla personalizzazione. Attraverso lo studio della User Experience, analizzando le esigenze dei cluster di pazienti e costruendo vere e proprie personas, è possibile offrire uno strumento che risponda alle differenti esigenze di differenti gruppi di pazienti.

Self Reporting

Come viene monitorata l’aderenza terapeutica? Tanti tentativi sono stati fatti per aiutare le persone ad annotarsi i momenti di assunzione, ma non tutti hanno funzionato. Il diario terapeutico cartaceo, per esempio, è un supporto fondamentale per chi ha una scarsa alfabetizzazione tecnologica, ma non sempre è la migliore soluzione da offrire. Spesso viene compilato in modo affrettato poco prima della visita, con informazioni parziali e basate sul ricordo e non sulla registrazione puntuale. Un modo pratico per valutare l’aderenza del paziente alla terapia, è proprio il self reporting. L’auto-segnalazione, per quanto soggetta a intrinseche problematiche di sopravalutazione, è molto utile allo scopo. In modo particolare, se questa venisse coadiuvata dall’aiuto della tecnologia, porterebbe a risultati ancora più dettagliati e puntuali. Un ausilio in questo senso viene offerto dal device Capsuled che raccoglie automaticamente i dati relativi a ogni assunzione dei farmaci e tramite la connettività interna 4G li scambia con la piattaforma cloud a cui è collegato, in tempo reale. A seconda della patologia può diventare anche un punto di raccolta informazioni provenienti da altri dispositivi come ad esempio una bilancia o un glucometro ed è fondamentale per aiutare il medico a tenere monitorati in tempo reali i risultati del percorso di cura. In questo modo soluzioni innovative e focalizzate possono essere impostate velocemente.

 

I nuovi touchpoints nell’healthcare 4.0

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Come può Alexa ricordarmi la terapia che devo seguire in autonomia da casa? In che modo lo smartwatch riesce ad aiutare il medico curante?

Non si tratta di prospettive lontane nel tempo, ma di realtà che da qualche anno il mondo dell’healthcare sta sperimentando e approfondendo. I nuovi dispositivi 4.0 e i database sempre più capienti consentono a questi nuovi dispositivi di comunicare tra loro e di tenere traccia degli eventi che registrano. Potenzialità che soprattutto nell’ambito della cura al paziente possono risultare un’arma a doppio taglio se non utilizzate e tutelate nel modo corretto. Tuttavia, non implementare servizi di healthcare che sfruttino le nuove tecnologie per il timore della dispersione dei dati e delle responsabilità, sarebbe un grosso sbaglio. Le relazioni tra medico, paziente, infermieri e Associazioni, non può che essere guardata alla luce di quelle che sono le offerte tecnologiche dell’ultimo decennio.

Alexa, a che ora devo andare dal medico?”

Gli Smart Speaker, come Google Home o Amazon Echo, stanno diventando sempre di più una componente dell’arredamento domestico. Un device che si collega a tv, smartphone e altri strumenti della casa, che si può comandare con una sola istruzione vocale o con una vera e propria conversazione, comincia a interessare un numero crescente di utenti. Si tratta di una tecnologia che tramite algoritmi implementa nel tempo la personalizzazione delle risposte e che il mondo dell’healthcare può sfruttare soprattutto nell’ambito delle terapie sanitarie croniche o di lungo periodo.

Ricordarsi di assumere la terapia al momento giusto, chiamare l’infermiere per accordarsi sull’infusione domiciliare o anche solo interrogare il dispositivo per dubbi in merito alla gestione della propria terapia possono essere solo alcune delle applicazioni di questa tecnologia.

La personalizzazione delle risposte e quello che appare alla stregua di un apprendimento nel tempo sulla base delle interazioni, rappresenta il valore aggiunto degli Smart Speaker, poiché potrebbe aiutare la realtà sanitaria a proporre soluzioni sempre di più modellate sull’unicità dei pazienti, delle loro patologie e delle esigenze terapeutiche.

Per aiutare coloro che sono affetti da malattie rare a raccogliere i propri dati e sintomi giornalieri in un diario, è stata sviluppata CloudIA. Un’applicazione che si basa sul riconoscimento vocale ed è dotata di notifiche push. L’App presenta anche una sezione per la visualizzazione grafica dei dati che possono essere visionati tramite una panoramica giornaliera, settimanale o mensile. Tramite CloudIA sarà anche possibile monitorare la terapia, impostare l’assunzione dei farmaci prescritti (con possibilità di attivare notifiche per il remind della terapia), segnare le visite sul calendario grazie all’integrazione con Google Calendar, il tutto nel rispetto e nella garanzia della privacy dell’utente. A svilupparla il NECSTLab, del DEIB dipartimento, il laboratorio del Politecnico di Milano che ha partecipato e vinto, con questo progetto, il Rare Disease Hackaton 2018.

Monitorare la propria salute grazie ai Wearable e alle Applicazioni

 Il mercato dei dispositivi wearable è destinato a raggiungere i 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2024, come riporta la società di intelligence aziendale IDTechEX.

Orologi intelligenti, fasce elastiche con sensori, auricolari wireless, sono solo alcuni degli strumenti che raccolgono innumerevoli dati sull’attività fisica e sui parametri vitali delle persone. Sempre più spesso questi dati vengono raccolti in app del nostro telefono o mandati in tempo reale a database. Tuttavia, come sottolinea il giornalista Ruggiero Corcella nel suo articolo Servono davvero tutte queste app sulla salute?, il fatto che un’applicazione sia classificata come sanitaria e abbia il marchio CE, non è sufficiente a garantirne la sicurezza dei dati immagazzinati. A creare difficoltà in queste tipologie di garanzie sono gli stessi smartphone, che possono dimostrarsi vulnerabili e suscettibili ad attacchi informatici esterni. Il panorama attuale italiano vede sempre più app utilizzate in ambito healthcare, ma ancora poche regolamentazioni.

Per tutti gli attori dell’ambito sanitario rappresentano supporti preziosi per monitorare l’andamento della salute del paziente, dei suoi parametri fisici, delle risposte intellettive e per produrre avvisi tempestivi da affiancare ai controlli periodici. Ed è proprio la multinazionale di Cupertino Apple, tra le prime a lanciare sul mercato un orologio digitale in grado di raccogliere dati sull’attività fisica e sul sonno delle persone, a iniziare sin da subito a studiare come sviluppare il loro wearable per renderlo di supporto in campo medico. Dopo poco tempo dall’uscita dell’aggiornamento dell’Apple Watch 4 che permette di individuare i segni di una fibrillazione atriale, alcune indiscrezioni sembrano confermare che per l’uscita della versione 5, verranno implementate funzionalità per il monitoraggio del glucosio nel sangue, per vedere se chi lo indossa ha un basso tasso glicemico. Già nel 2018, una ricerca condotta dall’azienda Cardiogram insieme all’università di San Francisco aveva dimostrato su un campione di utenti che, attraverso l’uso di algoritmi di apprendimento automatico e delle reta neurale “DeepHearth” di Cardiogram, sembrava possibile individuare il diabete attraverso un normale sensore del battito.

Anche il cerotto Abbott FreeStyle per il monitoraggio continuo della glicemia si è rivelato sin da subito un’invenzione capace di migliorare la vita delle persone affette da diabete. Senza bisogno di effettuare frequenti punture su un dito, è possibile monitorare l’andamento del glucosio e il valore dello stesso tramite il sensore FreeStyle Libre appositamente posto sul braccio. Scaricando, poi, un’applicazione sul proprio telefono e avvicinando quest’ultimo al sensore è possibile vedere la lettura del valore del glucosio attuale, consultare lo storico dei dati e la freccia di tendenza. Tutte informazioni che, senza la necessità di un terzo dispositivo intermedio tra cerotto e applicazione, sono ora disponibili direttamente sullo smartphone e inviabili al proprio medico.

I servizi al paziente alla portata di un “button”

Comprare le capsule per la macchina del caffè, rifornire la credenza con i biscotti che preferiamo e avere sempre a disposizione una riserva di detersivo non è mai stato così facile. Da quando Amazon ha commercializzato i Dash buttons, il modo di fare acquisti è cambiato radicalmente. Schiacciare il pulsante attiva direttamente l’ordine del prodotto che è stato scelto e programmato per poi farlo recapitare a casa del cliente.

Una tecnologia, quella dell’AWS IoT 1-Click (il servizio IoT di Amazon Web Services alla base del funzionamento dei Dash Buttons), che può essere applicata anche al mondo dell’healthcare per aiutare a velocizzare la comunicazione e l’attivazione di servizi tra le aziende farmaceutiche, gli operatori sanitari e i pazienti. Spesso, infatti, le persone sono costrette a conciliare le loro necessità terapeutiche con la vita quotidiana e si rivela sempre più necessario facilitare le relazioni e gli scambi di informazioni tra gli attori del mondo sanitario. Aumentare l’engagement del paziente, indipendentemente dal suo livello di alfabetizzazione tecnologica, è fondamentale per chi offre servizi di supporto personalizzati e sempre più digitali.

Un semplice bottone che non presenta vincoli fisici e può essere portato con sé o posizionato dentro casa, rappresenta uno strumento flessibile e modulabile sulle base delle diverse esigenze degli operatori. Un modo per portare relazioni e comunicazioni solitamente più complesse e lunghe alla portata di un gesto semplice, intuitivo, veloce e immediato.